Certe volte i dischi sono facili da ascoltare, sono esattamente quello che ti aspetti. Metti su il precedente The New Abnormal e parte The Adults Are Talking, una piccola perla art-pop, l’inizio perfetto per il disco che riportò gli Strokes in auge anche presso la critica (in realtà pure Comedown Machine, nel 2013, era un disco riuscitissimo, ma ne parleremo più in là su questi canali). Ci sono dischi invece che hanno bisogno di sedimentare, in cui ti devi immergere, che deludono chi si era già fatto un’idea di quello che avrebbe ascoltato. Ma d’altronde, come forse disse Lucio Battisti, «un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti». Gli Strokes, con Reality Awaits, hanno fatto tutto quello che il loro pubblico ideale non voleva e non si aspettava. E ha funzionato benissimo. Il nuovo corso sonoro si palesa immediatamente, con l’arpeggio in apertura di Psycho Shit. La produzione di Rick Rubin è quasi minimale: ogni strumento sta al suo posto e si sente per quello che è. Il vuoto intorno agli strumenti sembra la parte su cui hanno lavorato di più, perché gli Strokes in studio sono perfezionisti conclamati e anche i momenti di sola voce e chitarra sono calcolati al millimetro. Julian Casablancas attacca con un testo che parla di abuso di potere perpetrato da una distanza sicura, per non essere toccati dal male che si sta compiendo. Non è un rimando esplicito a Gaza, ma dopo il finale del loro concerto al Coachella, con tanto di video dei bombardamenti, sappiamo benissimo a chi sia rivolto.
Da qui in avanti gli Strokes tirano fuori una lama e non risparmiano più nessuno, a partire da sé stessi. Dine N’Dash colpisce per la crudeltà delle possibilità – non per quello che succede, non succede niente, la vendetta si sgonfia da sola – ma per tutto quello che chi canta potrebbe fare e non fa, tenuto insieme dalla domanda su come si doma la bestia. Ed è lì che l’autotune smette di essere una posa e diventa un interruttore. Nelle strofe la voce è nuda e nuda è la ferocia, nel ritornello si copre di processore e diventa dolcissima, il ricordo di due che non potevano permettersi la cena e scappavano senza pagare, lui sempre per ultimo perché lei passasse. La cosa più tenera del disco, nascosta dentro il pezzo più feroce. È uno strumento, con una funzione precisa, e questa canzone ne è la prova. La stessa lama gira verso l’esterno in Lonely in the Future, che parte con le chitarre più cattive del disco, quel graffio secco e nervoso che non gli sentivamo addosso dai tempi di Ize of the World. Per tre secondi sembra il vecchio ritorno che tutti aspettavano, e poi il pezzo va da tutt’altra parte. È lì che prendono in giro quelli che ascoltavano tutto prima di te, con tanto di riferimento allo youtuber Anthony Fantano e al modo tecnicissimo di smontare un disco senza mai riconoscerne l’arte: una posizione ridicola, e loro lo sanno, tanto che il pezzo non decide mai se sta scherzando. Poi la puntano su di sé in Falling Out of Love, ballata devastante proprio perché non c’è nessun colpevole, ma solo la presa d’atto senza appello che è finita, cantata da un droide innamorato che sa già come va a finire. Going to Babble On concede al disco uno dei suoi rari momenti di leggerezza, con quel gusto francese per il pop obliquo che ricorda i Phoenix.

Alla fine, la lama si gira sul mondo, con Going Shopping, il più cattivo di tutti e l’unico brano che si lascia ascoltare fino in fondo senza chiederti niente: una satira sull’impossibilità di uscire dal capitalismo e dalla sua iniezione di dopamina che ci appiattisce tutti. Il video fa il resto, con i clown blu e rossi che coprono con le risate gli scioperi dei corrieri Amazon, Walton Goggins che canta l’intero brano al posto di Casablancas, e Casablancas che resta di pietra dall’inizio alla fine, perfino mentre balla – tranne in un momento, quando scarta un pacco Amazon. La copertina del video, poi, cambiata più volte, è clickbait da manuale. Il messaggio è chiaro: sappiamo come funzionano le perverse meccaniche monetarie di YouTube e di tutto il circo annesso, e ve lo diciamo in faccia mentre le usiamo. I tre pezzi che chiudono il disco sono la fotografia di una disillusione che si allarga a ogni passo. Liar’s Remorse è il monologo di un bugiardo che riconosce finalmente il danno fatto a furia di evitare l’onestà e che capisce di aver rifiutato l’amore perché accettarlo significava accettare anche la possibilità di restare col cuore in mano. Prima dell’assolo di tromba ci sono dei synth lunghi, tenuti, che aprono uno spazio strano, e quando il fiato entra quel rimando agli anni Cinquanta non arriva dal passato ma da un futuro che quel passato se l’era immaginato. Come guardare gli anni Cinquanta ambientati dentro i Jetson. Una consolazione che arriva troppo tardi, e per giunta da un’epoca che non è mai esistita. Con The Fruits of Conquest la disillusione si sposta su di sé. Il successo c’è, le ricompense sono vuote e Julian arriva alla conclusione più scomoda possibile, cioè che ottenere tutto quello che volevi può farti sentire più prigioniero di prima.
E Tyrants of the Mellow Moon l’allarga fino a dove non c’è più niente da salvare, con una riflessione sull’eredità e su quanto poco duri il riconoscimento, perché anche gli artisti celebrati e i potenti spariscono, e resta la domanda se qualcosa di quello che facciamo sopravviva davvero al tempo. Dalla propria onestà alla propria vita, fino all’immortalità dell’arte: tre gradini verso il basso. Poi il disco si tronca di netto, a mezza battuta, senza aspettare che la frase finisca. Ci vuole una sicurezza notevole per fare un disco così. Nove canzoni che si prendono tutto il tempo che vogliono, che non ti regalano quasi mai il momento in cui alzi il volume in macchina, nessuna concessione a chi aspettava il ritorno delle chitarre di vent’anni fa. Gli Strokes non hanno ascoltato nessuno se non sé stessi, e a questo punto della loro storia è la cosa più matura che potessero fare. Il risultato è un album complesso, che oggi ha deluso in molti – lo capisco, e in parte me lo aspettavo – ma la band non è mai sembrata così lucida, così consapevole di quello che sta facendo e del prezzo che comporta. I dischi che sedimentano sono anche quelli che restano, e non mi stupirei se tra qualche anno Reality Awaits finisse tra i loro classici, ascoltato da gente che si chiederà come abbiamo fatto a non capirlo subito. Poi c’è il titolo, che è già tutta la recensione. La realtà aspetta. Sta lì, ferma, mentre intorno a noi il mondo lavora a tempo pieno per non farcela vedere: un video da guardare, un pacco da scartare, una notifica, una distrazione, una trappola travestita da comodità. Gli Strokes hanno fatto un disco che non ti distrae. Ti mette dove non volevi stare, e ti ci lascia.