Classificare la discografia dei Big Thief è più difficile di quanto sembri. Non perché sia complicato individuare il loro album migliore, ma perché tra il secondo e il quinto posto il margine è sottilissimo. Basta spostare il criterio di analisi – la scrittura, il suono, l’ambizione, l’impatto emotivo – e l’ordine cambia completamente. È un lusso che appartiene a pochissimi percorsi discografici. Quasi tutte le grandi discografie conoscono almeno una deviazione: un album che divide, uno che interrompe una crescita, uno che costringe a ricominciare. In quella dei Big Thief questo passaggio non c’è mai stato. Dal 2016 in avanti ogni album ha ampliato il linguaggio del precedente, senza rinnegarlo e senza inseguire svolte costruite a tavolino. Per questo motivo, nella classifica che seguirà, si potrebbe anche rinunciare al metro di misura “disco riuscito – disco sbagliato”, scoprendo invece tanti modi diversi di raggiungere un livello artistico altissimo.
6. Masterpiece
La posizione numero sei racconta soprattutto quello che sarebbe arrivato dopo. Per molte band un esordio come Masterpiece sarebbe bastato a definire un’intera carriera. Per i Big Thief è stato il primo capitolo di un percorso che, disco dopo disco, avrebbe continuato ad allargare il proprio orizzonte senza perdere identità. Riascoltandolo oggi colpisce soprattutto una cosa: Adrianne Lenker aveva già trovato una voce sorprendentemente riconoscibile. I suoi brani sfuggono alla confessione diretta e preferiscono lasciare immagini aperte, ricordi incompleti, dettagli che acquistano significato soltanto quando il brano è finito. Paul, una delle canzoni che più hanno contribuito a far conoscere la band, racchiude già questa cifra stilistica: nasce da un’esperienza profondamente personale, ma riesce a parlare a chiunque senza cercare scorciatoie emotive. Il margine di crescita non riguarda tanto la scrittura quanto la consapevolezza. Buck Meek, James Krivchenia e Max Oleartchik sono già musicisti di straordinaria sensibilità, ma Masterpiece restituisce ancora l’impressione di una band che non ha pienamente compreso la portata del manifesto che sta costruendo. È il limite del disco, ma anche il suo fascino più autentico.
5. Capacity
Probabilmente Capacity resta ancora oggi l’album più amato della formazione di Brooklyn. È il disco che convince definitivamente critica e pubblico di trovarsi davanti a una delle band più interessanti della propria generazione. Il cambiamento emerge fin dai primi minuti. Le canzoni non ruotano più esclusivamente attorno alla scrittura di Adrianne Lenker: tutti i componenti entrano nel racconto con una naturalezza nuova. Le chitarre dialogano con la voce, la batteria lavora per sottrazione, il basso tiene insieme ogni sfumatura senza mai reclamare attenzione. Per la prima volta l’equilibrio collettivo diventa parte integrante della musica. Lasciare Capacity appena fuori dal podio non significa ridimensionarne il valore. Significa riconoscere che, da qui in poi, la parabola della band seguirà una traiettoria ancora più identitaria. I dischi successivi mostreranno quanto lontano potrà portarli.
4. Double Infinity
Double Infinity arriva dopo Dragon New Warm Mountain I Believe in You – un album che sembrava aver portato i Big Thief a un punto di compimento – e dopo l’uscita di Max Oleartchik dalla formazione. Era naturale aspettarsi un disco di transizione. La band sceglie invece la strada meno prevedibile, consegnando il lavoro più refrattario alle aspettative della propria carriera. Chi cerca melodie immediate o nuovi punti d’appoggio rischia di restare spiazzato. Double Infinity preferisce rallentare, lasciare che le canzoni cambino forma durante l’ascolto e accogliere l’imprevisto come parte del processo creativo. Più che cercare la forma perfetta, i Big Thief seguono il movimento naturale dei brani, lasciando che siano loro a suggerire la direzione. Le imperfezioni non vengono corrette, i silenzi conservano la propria funzione, gli arrangiamenti evitano qualsiasi compiacimento. Tutto appare necessario, anche ciò che, in altre produzioni, sarebbe stato limato o riscritto. Il quarto posto deriva da questa visione: Double Infinity possiede già la maturità dei grandi dischi, ma il tempo non ha ancora completato il suo lavoro. Gli album che lo precedono hanno avuto anni per sedimentare, influenzare e ridefinire il percorso di Adrianne Lenker e compagni. Questo sta ancora scrivendo la propria storia. Ed è forse il complimento più grande che si possa fare a un disco.
3. Two Hands
A questo punto del percorso i Big Thief avrebbero potuto continuare a sperimentare. Scelgono invece di restringere il campo. In Two Hands tolgono tutto ciò che rischia di distrarre dalle canzoni e riportano la musica alla sua forma più essenziale, per un impatto che rimanda all’energia del palco e alla tensione che rende ogni esecuzione viva, esposta e imprevedibile. Le chitarre di Buck Meek si intrecciano senza mai cercare il primo piano, James Krivchenia costruisce un equilibrio ritmico che sfugge a ogni calcolo, mentre il basso di Max Oleartchik tiene insieme ogni brano con una naturalezza quasi invisibile. Tutto contribuisce alla stessa idea di suono: compatto, mai rigido. Portare quella tensione in studio è uno degli esercizi più ambiziosi della musica contemporanea. Ogni traccia conserva la sensazione di poter cambiare direzione da un momento all’altro, pur mantenendo una lucidità compositiva sorprendente. Un terzo posto conquistato grazie alla capacità di trasformare la presenza fisica della band in linguaggio musicale. Con il tempo i panorami artistici della formazione continueranno ad allargarsi. Difficilmente, però, ritroveranno un equilibrio così immediato tra scrittura, interpretazione e suono.
2. U.F.O.F.
U.F.O.F. è il disco che più di ogni altro invita a rallentare. Non cerca l’impatto immediato né la melodia destinata a imporsi al primo ascolto. Ogni brano si prende il tempo necessario per rivelarsi, affidando alle pause di silenzio le parti fondamentali del proprio linguaggio, regolandone il respiro e modificandone continuamente il peso emotivo. Registrato nei boschi dello Stato di Washington, il disco racchiude quella quiete senza trasformarla in un elemento decorativo: una chitarra, una voce, un’armonia appena accennata bastano a costruire un paesaggio sonoro in cui ogni dettaglio acquista valore proprio perché nulla cerca di prevalere sul resto. Cambiano le regole del gioco: si inizia a prestare attenzione a ciò che normalmente passerebbe inosservato. Il modo in cui una nota si prolunga, una pausa che resta sospesa, il vuoto lasciato tra due versi. Dalla seconda posizione, U.F.O.F. estende il vocabolario musicale dei Big Thief, lasciando entrare un’idea di libertà che non avevano mai abitato fino in fondo.
1. Dragon New Warm Mountain I Believe in You
La grandezza di Dragon New Warm Mountain I Believe in You non si coglie al primo ascolto. Si rivela poco alla volta, quando ci si accorge che venti canzoni così diverse finiscono per sembrare inevitabili una accanto all’altra. È una qualità rarissima, ancora di più in un doppio album. Sulla carta tutto lasciava immaginare un disco destinato a disperdersi: quattro sessioni di registrazione, produttori diversi, venti brani che attraversano folk, country, rock, psichedelia e canzone d’autore. In mani meno sicure sarebbe stato facile scambiare la libertà per frammentazione. I Big Thief sono riusciti nell’impresa contraria. Il punto, però, non è la varietà. È la fiducia. Per la prima volta la band si allontana dalla ricerca della forma che le canzoni dovrebbero avere e decide di seguirle ovunque vogliano andare. Ogni brano trova da sé il proprio linguaggio, il proprio respiro, il proprio equilibrio. Simulation Swarm raggiunge un’intensità emotiva straordinaria senza cercare alcun momento culminante. Little Things attraversa territori imprevedibili senza perdere un solo istante di naturalezza. Change sembra appartenere da sempre al repertorio della musica americana, mentre Spud Infinity, Red Moon e Certainty dimostrano quanto leggerezza, ironia e intimità possano convivere nello stesso universo espressivo senza incrinarne la coerenza. Qui i Big Thief compiono il salto definitivo. Non cercano più di scrivere un grande disco folk, un grande disco rock o un grande disco d’autore. Masterpiece aveva lasciato intravedere un talento già straordinario. Capacity aveva trasformato quattro musicisti eccezionali in una vera band. Two Hands ne aveva catturato la presenza fisica, U.F.O.F. aveva riscritto il loro rapporto con il silenzio e con lo spazio. Dragon New Warm Mountain I Believe in You sfugge all’univocità: contiene tutte le direzioni esplorate, lasciando che convivano senza gerarchie e senza mai trasformarle in un manifesto estetico. È uno di quei dischi sorprendenti che, una volta ascoltati, cambiano il modo in cui si guarda a tutto ciò che è venuto prima.