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Tutti gli album degli Idles dal peggiore al migliore

Cinque album che hanno ispirato le nuove generazioni di musicisti e producer. Ma per gli Idles la musica è solo una parte della storia: il loro vero marchio registrato è l’attitude, viscerale, provocatoria e inconfondibile

Pochi gruppi, negli ultimi anni, hanno saputo rivitalizzare il rock come gli Idles. Con cinque album all’attivo hanno attraversato il post-punk, spaziando dall’hardcore a sonorità che si avvicinano al pop. Liricamente hanno saputo affrontare alcune delle tematiche più urgenti della contemporaneità, ridefinendo l’idea della mascolinità nel panorama rock.

5. Tangk

Annunciato da singoli dal forte appeal radiofonico come Dancer e Gift Horse, l’ultimo album in studio degli Idles segna una decisa virata verso il pop. Tangk è un’opera decisamente più pacificata e approcciabile rispetto alle precedenti, come testimonia la frase-slogan “Love is the Fing”, contenuta nell’altro singolo di lancio Grace. Per quanto sia tra tutti il meno memorabile, è un album che ha l’onestà di abbracciare un registro più coerente con l’attuale situazione degli Idles, che non sarebbero più credibili nella posizione di cantori della working class rage incarnata agli esordi.

4. Ultra Mono

Per poco fuori dal podio, il terzo album degli Idles ha l’unico difetto di ripetersi un po’ troppo nella seconda parte. Il gruppo mantiene l’aggressività dei primi due album, accentuandone il lato umoristico e aggiungendo tocchi più pop. Le prime tre tracce, tutte distribuite come singoli, rimangono tra le più interessanti del gruppo, che inizia a confrontarsi con l’ingresso nello star system. Da segnalare i videoclip (su tutti l’animato Kill Them With Kindness), il cui valore estetico è una costante nella produzione della band.

3. Crawler

Il quarto album è anche il primo a potersi considerare un concept, ispirato al grave incidente stradale in cui Joe Talbot, cantante e frontman del gruppo, aveva rischiato di perdere la vita. Nonostante la forte componente hardcore, il sound si fa più meditativo e sperimentale, mentre i toni satirici di Ultra Mono lasciano spazio all’introspezione. Dallo stato confusionale dell’inizio si arriva a una sorta di redenzione, passando per alcuni dei brani più belli del gruppo come i singoli The Beachland Ballroom e Crawl!.

2. Brutalism

Il primo album in studio segna un enorme scarto rispetto ai primi EP. Incendiario e viscerale, Brutalism è un grido di rabbia contro l’establishment, che schiaccia i componenti del gruppo e, più in generale, la working class del Regno Unito. L’album è dedicato alla madre di Joe Talbot, morta durante la registrazione, che è raffigurata nella copertina e nel video di Mother, uno dei brani più significativi della band. Nonostante sia meno variegato degli album successivi, contiene molte delle tracce più interessanti del gruppo, come Date Night e la malinconica chiusura Slow Savage.

1. Joy As An Act of Resistence

Proseguimento di Brutalism, nato ancora una volta dall’elaborazione di un lutto da parte di Talbot – in questo caso, la morte alla nascita della prima figlia, a cui l’album è dedicato. Il più punk tra tutti i lavori del gruppo, anticipa il concept di Crawler, reso manifesto dal titolo dell’album: dalla violenza di Colossus e Never Fight a Man with a Perm, tra i pezzi più rappresentativi della band, si arriva alla dolcezza di June e della cover Cry to Me, per chiudere con la liberatoria Rottweiler. Nel mentre, tracce come Samaritans e la splendida Danny Nedelko esplorano temi politici carissimi alla band, come la discriminazione razziale e la riflessione sulla mascolinità tossica.