Chiunque abbia avuto modo di vedere i Fontaines D.C. fin dagli esordi ha sempre avuto la sensazione che questi ragazzi di Dublino sarebbero arrivati lontani. Gli indizi si trovavano nel carisma del cantante Grian Chatten, nei riff di chitarra furbetti e nei testi che fotografano un’Irlanda in crisi ma piena di vita. Da lì sono passati cinque dischi e i ragazzi hanno attraversato diverse fasi, reinventandosi anche nel look. Dal post-punk ruvido di Dogrel e A Hero’s Death sono approdati alle tinte più gotiche di Skinty Fia, fino alla svolta di Romance, il disco di Starburster e Favourite, primo uscito per la XL Recordings e prodotto da James Ford, con cui hanno raggiunto un successo di dimensioni mai viste prima. Con questo bagaglio, e con gli stadi ormai all’orizzonte, si arriva a Dopamine Chamber, quinto album della band. Un alvum che si muove fin da subito su toni cupi e il rimando ai Depeche Mode scatta in maniera automatica, soprattutto per la produzione, sempre di Ford, e per l’uso massiccio dei synth, che avvolgono quasi ogni brano come una coperta pesante. È un’estetica coerente e curatissima, ma il disco finisce per soffrire proprio di questa scelta, perché le tastiere occupano tutto lo spazio disponibile e le canzoni, più che respirare, restano chiuse dentro la stanza del titolo. Quando il suono è così denso, anche una buona idea fatica a farsi largo.
Il vero nodo, però, è un altro. Dopamine Chamber vorrebbe essere una critica al mondo contemporaneo, un’opera che lascia fuori la speranza e fotografa senza filtri la bruttezza di ciò che ci circonda. L’apertura di Six Shot Morning sembra promettere esattamente questo, con una visione apocalittica e spietata, la Silicon Valley sullo sfondo e un sogno americano di fama e jet privati che suona già come un sogno guasto. Ma un brano da solo non basta a reggere un intero concept, e i testi delle canzoni successive non rispecchiano fino in fondo quell’obiettivo. Fatta eccezione per l’apertura e per qualche passaggio sparso, il presente entra nei brani di sbieco, con una battuta sull’Adderall in Tongue e un titolo, Dopamine Chamber, che compare di fatto in un solo punto di One Man. Il resto è materia sentimentale, fatta di rotture, fughe e distanze tra due persone, scritta con immagini evocative ma raramente precise. Quando i Fontaines D.C. scrivono in modo concreto, come in Happy For You o in Japan, lo fanno per storie personali e non per il mondo. Non c’è la scrittura estrema dei Geese, né l’occhio sul quotidiano di band come Gurriers o High Vis e ne esce una fotografia della bruttezza contemporanea a fuoco solo a metà. Perfino Intimate, che nelle strofe evoca le rovine del sogno umano, si chiude su un ritornello di vicinanza e di tenerezza, cioè proprio su quella speranza che l’album giurava di lasciare fuori. E forse è un bene, come vedremo. Ciò che funziona, e non poco, sono le melodie. Alcune sono azzeccatissime e non stupisce che Mina sia stata una delle grandi influenze di questo lavoro, perché quel gusto per la linea vocale che ti si pianta in testa è la vera colonna portante del disco. Sono le melodie a tirare i singoli Marianne e Tongue, che funzioneranno benissimo dal vivo, negli stadi e nelle arene dove suoneranno nell’imminente tour.
Il punto più alto di tutto il disco è il brano, Where Is Gone?, scritto in collaborazion con Rosalía, prima ospite esterna mai invitata in una canzone dei Fontaines D.C., dove la voce dell’artista catalana si fonde benissimo con le chitarre acustiche e con la voce cupa di Chatten. È il momento in cui la stanza finalmente si apre. Non a caso è anche uno dei pochi brani in cui l’album smette di fingersi più cattivo di quello che è e si concede una fragilità, che gli sta molto meglio addosso. Ovviamente, chi cerca le chitarre di Dogrel o quelle di Skinty Fia qui ne troverà poche, il che non è necessariamente un male, perché una band ha tutto il diritto di cambiare pelle e i Fontaines D.C. lo hanno sempre fatto con coraggio. Il problema è che quello che c’è al posto delle chitarre non arriva al livello che ci si attende dalla band destinata a diventare la più importante della sua generazione. Stadi pieni e ambizioni da copertina richiederebbero una scrittura meno nascosta dietro la produzione e più disposta a prendersi il rischio di dire qualcosa. Dopamine Chamber voleva essere un’evoluzione per la band di Dublino, ma la sensazione è che sia nato più dalla necessità di cavalcare il momento, con i palchi più grandi già in calendario, che da un’urgenza di espressione artistica. Ed è per questo che resta un buon disco in cerca di una ragione per esistere.