Nel marzo del 1920, in una galleria d’arte di Parigi, Erik Satie collocò alcuni musicisti agli angoli di una sala e li fece suonare durante l’intervallo di uno spettacolo teatrale. La chiamava musique d’ameublement, musica d’arredamento, e la concepiva come un elemento della stanza al pari di una sedia o di un lampadario, una sorta di respiro sonoro destinato a dissolversi nel sottofondo. Il pubblico, con perfetta ironia della sorte, si zittì e si dispose all’ascolto, come davanti a un’apparizione. Si racconta che Satie corresse tra gli spettatori supplicandoli di chiacchierare, di muoversi, di fingere indifferenza. Fu fatica sprecata. Una musica che dichiara di volersi fare sfondo, quando custodisce anche appena un frammento di grazia, trova sempre qualcuno disposto a degnarla di un ascolto. Mi è tornato in mente all’Unipol Arena di Bologna, mentre le luci calavano come un sipario di velluto e dagli altoparlanti si diffondeva Se telefonando di Mina: l’esperimento di Satie si compie di nuovo. Ciò che doveva essere complemento d’arredo diventa lo spazio in cui si manifesta l’emersione dei Fontaines D.C., che entrano con la naturalezza di chi si presenta a un turno di lavoro.

Lo sfondo si fa tempio nel momento in cui nessuno lo annuncia, e in questo si concentrano l’urgenza e l’autenticità della band: il battesimo è superfluo, si comincia e basta. A dissipare il sospetto di una captatio benevolentiae ha provveduto qualche tempo fa lo stesso Grian Chatter, dichiarando di essersi ispirato alle linee melodiche di Mina per scrivere Dopamine Chamber, ultima fatica in studio e naturale discendente di Romance, il disco della svolta mainstream della band dublinese. Ma se il brano firmato da Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara, con la musica di Ennio Morricone, raccontava un amore effimero consumato nello spazio di una notte, una fiamma breve come il sospiro di un fiammifero, beh la notte di Bologna ha dilatato quell’idea fino a trasformarla in un incendio. Durante tutto il live l’attitudine sotto la pelle conserva intatto il proprio battito, anche quando si torna ai brani di A Hero’s Death. Ma il focus è sugli ultimi due lavori, che con la loro grammatica verde mela (Romance) e blu (Dopamine Chamber), parlano al palato prima che all’occhio. Quel verde è l’acido, la nota che costringe a socchiudere le palpebre, la lama sottile di un frutto morso troppo presto che con Dopamine Chamber si ammorbidisce in un blu in grado di smussare gli spigoli. Il filo conduttore è il rosa che invece è lo zucchero, la gomma da masticare, una dolcezza sintetica che si appiccica ai denti e all’infanzia. Accostati, questi colori si molestano a vicenda, e lo stesso accade nelle canzoni: melodie quasi da filastrocca intossicate da una chitarra che rifiuta ogni piacevolezza e squarcia la carezza come un vetro sotto la suola.

A Bologna, dal vivo, il cortocircuito si fa carne, soprattutto attraverso le imperfezioni, come la voce di Grian, che dispone di un’estensione modesta e di una precisione approssimativa. Ma è proprio lì che risiede la sua firma: lo sbandamento di un millimetro oltre la nota attesta che ciò che si ascolta accade adesso, in quel luogo, in una forma irripetibile, come un’impronta lasciata sulla neve fresca. L’iconicità, la capacità di trascinare una folla indomita da autentica rockstar, sempre all’altezza di sé stesso, ne fanno già un simbolo del rock contemporaneo. Ogni brano sembra un classico degli anni Ottanta o Novanta, ogni riff pare già scolpito nel marmo della storia della musica, ogni movimento sul palco appare l’unico possibile, il migliore immaginabile. Le luci si spengono, si spengono i suoni, poi anche i rumori, eppure qualcosa resta. Satie sognava una musica che nessuno ascoltasse e fallì magnificamente. Più di un secolo dopo comprendo che ogni suono sufficientemente vero genera il proprio silenzio, e nel silenzio che ne risulta il tempo si ripiega su sé stesso.