Opinion

Il futuro violento di “Love, Death & Robots”

Amore, morte e robots. Così è troppo facile, anzi troppo poco. C’è molto, molto altro. Tanto per cominciare, tra i produttori della serie c’è un certo David Fincher (Fight Club, The Social Network, House of Cards). Ma non è propriamente una serie, la solita serie della quale si diventa dipendenti e si consumano le stagioni in qualche nottata. Love, Death & Robots è una seria animata, ma è per adulti. E per adulti non si intende pornografia, come tutti penserebbero. In questo caso significa che se un bambino guardasse questa serie, probabilmente avrebbe dei problemi con i cartoni animati durante tutta l’infanzia almeno e anche oltre forse.

Le puntate sono delle pillole, un po’ come quando Morpheus fa a Kneau Reeves «pillola rossa o pillola blu?», noi ci troviamo davanti a ben diciotto episodi, della durata di un cortometraggio (dai dieci minuti fino ad un massimo di diciassette), ed ognuno rappresenta una breve trama a sé stante. Breve, si fa per dire. Ognuna delle puntate nasconde, in modo sia celato sia abbastanza evidente, un tema che va ben oltre i dieci minuti di animazione, che sembrano i filmati di connessione tra una missione e l’altra di capolavori del gaming come God of War o Call Of Duty.

Non sono pochi neanche gli interrogativi che incominciano a picchiettarti in testa dopo ogni episodio. Come sarebbe un mondo governato dalle macchine? E se fosse governato invece dallo yogurt? Esatto proprio così: lo yogurt. Gli astuti creatori della serie animata non si pongono limiti nell’immaginare futuri alternativi per la razza umana, o meglio futuri dispotici, nella maggior parte dei quali l’umanità ha incontrato evidenti problemi nel gestire il proprio potere. Anzi, il proprio ego. Sembra proprio un tattica infatti, quella di farti soffermare a riflettere e chiederti: cosa avrei fatto io in questo caso? Oppure: se lo meritava?

Passiamo da futuri alternativi a sfondo ottocentesco, in cui un samurai/ingegnere aiuta un’amica a prendersi la propria vendetta, dove viene detto che il nemico è «l’uomo che promuove il male chiamandolo progresso», ad una foresta siberiana in uno scenario chiaramente ispirato alla seconda guerra mondiale, dove un gruppo di soldati fa fronte ad un’armata di demoni. La puntata raccomandata è sicuramente Zima Blu che spicca tra le altre per il tema filosofico: la ricerca della verità. Ma la cosa che destabilizza è che questa ricerca sia portata avanti da una macchina (ovviamente molto più evoluta dell’uomo) che fa dell’arte visiva la sua ragione di vita e, come detto prima, lo strumento per la ricerca del vero.

Ci sono puntate anche fine a sé stesse, dove gli appassionati possono godersi un po’ di sano gore/splatter in versione animata, che fa un po meno senso. Il più glaciale tra gli episodi è di sicuro La testimone, un corto in realtà aumentata di dodici minuti in stile Black Mirror, dove il finale è così singolare da dare inizio ad uno strano paradosso: la vittima è colpevole, ed il colpevole è vittima.

Insomma, se avete tempo fatevi questo viaggio in una serata unica, ma andate cauti, soprattutto i più sensibili (di stomaco anche), perché un giorno, il futuro potrebbe essere non così roseo come ci aspettiamo. E soprattuto tenete a mente il mantra della serie, nascosto sotto questi piccoli ed esplosivi corto metraggi: siamo noi uomini i creatori del nostro futuro.

Stefano Locchi
Autore

Nato nel decennio sbagliato ma comunque ventitré anni fa, a Stefano piace suonare, scrivere e fare qualsiasi cosa possa entrare in uno scaffale. Da grande vuole avere a casa un grande scaffale dei ricordi, oppure suonare la chitarra sopra il prossimo muro di Berlino.