L’estate volge al termine e nel rock’n’roll non passa giorno senza che risuoni una nuova colonna sonora intessuta di chitarre per indole ribelli. Questa volta il richiamo arriva direttamente dalla Svezia: li abbiamo visti incendiare i palchi italiani in apertura agli Arctic Monkeys, all’indomani dell’uscita di The Death of Randy Fitzsimmons. A distanza di appena un paio d’anni, i The Hives tornano con un nuovo album in studio, il settimo della loro carriera: The Hives Forever Forever The Hives. In copertina, l’intera band si mostra in abiti regali, incoronata con sfacciata ironia: irriverenti e sfrontati, proprio come il loro garage rock, erede diretto di influenze storiche – da Iggy Pop ai Ramones, passando per gli MC5 – ma nutrito anche dalla scena scandinava, con gli Hellacopters in primo piano. Dopo un’introduzione lampo, l’album si apre con Enough is Enough, primo singolo estratto, che sin dall’attacco vuole mettere le cose in chiaro: i The Hives fanno sul serio, sempre, e sono pronti a dimostrarlo.
La festa prosegue con Hooray Hooray Hooray e Bad Call, che prende avvio con passo più lento e controllato, salvo poi deflagrare e ricordarci di quale materia sia realmente forgiato questo rock’n’roll spettinato per natura: ritmi forsennati, voci scomposte, un’attitudine mai troppo seria ma sempre consapevole di sé. O.C.D.O.D. è puro punk, un lampo old school di pochi istanti che racchiude alla perfezione l’essenza di questo lavoro: un album che si consuma in appena mezz’ora – durata sorprendentemente esigua per i canoni rock – ma più che sufficiente per catturare e sconvolgere, imponendo il replay continuo. Con Legalize The Living, terzo dei quattro singoli estratti insieme a Paint A Picture e alla title track, il livello resta alto: non è affatto scontato che i brani scelti come anteprima abbiano forza autonoma al di fuori del contesto dell’album, eppure in questo caso funzionano egregiamente anche isolati dalla tracklist. Segue un breve interludio strumentale che introduce quella che suona come la seconda metà del disco, inaugurata da Roll Out The Red Carpet e proseguita da Born Rebel e They Can’t Hear The Music, sostenute da batterie che spingono al movimento.
In chiusura troviamo They Can’t Hear The Music – sempre frenetica – Path Of Most Resistance – con chitarre irresistibilmente catchy e danzanti – e infine la title track, che al primo ascolto evoca una Reptilia dei The Strokes filtrata attraverso la lente svedese dei The Hives. Non sono gli unici a firmare un nuovo capitolo in questo periodo: i sottogeneri del rock e del metal stanno tornando a disseminare gemme preziose – i Deftones nell’alchimia tra nu metal e shoegaze, gli Halestorm in un alternative più canonico, per esempio – ma i The Hives riescono comunque a collocarsi con autorevolezza tra le uscite più rilevanti e godibili del momento, senza temere rivali diretti. Nulla di radicalmente innovativo, certo, ma non è un genere che pretende rivoluzioni. Ad ogni modo, non è un album che si possa interrompere a cuor leggero: semplicemente, non si riesce.

The Hives
The Hives Forever Forever The Hives
★★★★☆