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Quella dei Radiohead non è un’operazione nostalgia

Luci, respiri e silenzi cuciti con una precisione sovrumana. Una scaletta imprevedibile, un rito collettivo che ha sospeso il tempo. Vi raccontiamo della crepa luminosa generata dal live dei Radiohead a Bologna

La mattina del diciannove novembre Bologna torna a respirare con il suo ritmo naturale, lento e caldo, come dopo un hangover lungo quasi una settimana. Le strade recuperano il loro passo, i bar tornano a parlare la lingua dei fuori sede, i portici riacquistano quel silenzio poroso che si appoggia sui muri come il tag di un artista che fa graffiti. Eppure, nell’aria, rimane un resto, un’impalcatura invisibile: come se la città faticasse a rientrare interamente nel proprio corpo dopo aver smesso di somigliare per qualche giorno ad Oxford (ossia l’epicentro geografico della musica dei Radiohead). C’è una giovane artista di strada, ad esempio, che sta in fondo a via Indipendenza, con la chitarra consumata e la voce che graffia. Fa a pezzi una canzone, come direbbe qualcuno, e quella canzone, inevitabilmente, è Creep. Il punto gravitazionale è la celebrazione, quasi liturgica, della storia e le canzoni di Thom Yorke e soci. Ed è da qui, da questa città che si stiracchia al mattino dopo la tempesta luminosa del rock più inquieto e sofisticato degli ultimi trent’anni, che possiamo davvero cominciare a raccontare ciò che è accaduto all’Unipol Arena. È notte fonda quando le luci si spengono per poi rivitalizzarsi come un enorme organismo. Grandi rettangoli bianchi si illuminano a intervalli, porzioni di spazio si risvegliano in sequenza, facendo esplodere gli “olè” del pubblico ancora prima che qualcosa accada davvero.

I Radiohead hanno una delle fanbase più irriducibili del pianeta: idealizzano, difendono, custodiscono. È un amore che rasenta il dogma. E forse anche per questo, proprio perché siamo dentro questo dogma, serve un’estrema precisione nel raccontare ciò che è successo. Intanto c’è da dire che questo è il primo tour amarcord della band: nessun nuovo disco da presentare, nessun presente da imporre. Solo la resa emotiva a ciò che è stato. Il rischio dell’autocelebrazione è evidente, eppure evapora in un istante quando la “gabbia” di led che riveste il palco si sgranchisce come un animale notturno che sta per scattare. Le ventimila coppie di occhi lucidi sono la preda. La band entra. E ciò che accade da quel momento in poi ha la forza di un collasso stellare, ma millimetricamente controllato, perché una scaletta dei Radiohead è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita. Chi becca Exit Music (for a Film) perde Videotape, chi ascolta Karma Police, perde All I Need in un mix eterogeneo di brani che raccoglie una quota significativa da ogni disco restituendo una istantanea dettagliata e splendente della carriera della band britannica. I classici che non mancano mai sono No Surprises, Everything In Its Right Place, Let Down, Paranoid Android e Weird Fishes/Arpeggi. Ma quel che molti vorranno sapere è: come stanno i ragazzi? Beh, Thom Yorke è pura elettricità animale, un corpo attraversato da segnali. Balla come se il palco fosse un campo magnetico instabile, sorride, parla, poi si dissolve in un’altra parte della scena come un illusionista lungo la circonferenza dello stage. Il “weirdo” degli anni Novanta non esiste più. Ora è un uomo consapevole che celebra il controllo e nel contempo si concede di perderlo.

Se Thom è lo Yin, Jonny Greenwood è invece lo Yang, l’antipodo, il complemento. Ovviamente molto più che il chitarrista dei Radiohead, piuttosto un alchimista che si nasconde dietro una frangia di capelli, per meglio dare voce ai potenziometri luccicanti e a quei pickup che fanno nascere sortilegi sonori. È lui il maestro silenzioso che trasforma ogni suono in sostanza viva. In altre parole: l’introverso più necessario del rock contemporaneo. Poi c’è Colin Greenwood, ossia la forza di gravità che regge in piedi la band. Quando entra il suo basso, tutto acquista peso e direzione. È la colonna portante che dà senso e sicurezza, ma anche l’elemento che può portare i brani al margine dell’instabilità. Phil Selway è il termometro, più che il metronomo. Dispensa una lezione di eclettica sobrietà con quel suo dry tone che è il motore e marchio di fabbrica dei brani di In Rainbows, tra i più amati dai fan. Infine Ed O’Brien, l’architetto dell’aria. L’entità della band che riempe gli interstizi tra una frase vocale e l’altra, ma soprattutto l’unico in grado di accompagnare i vocalizzi ultraterreni di Thom disegnando traiettorie invisibili sopra la folla. Il live di due ore filate è così tante cose che sarebbe impossibile elencarne anche solo la metà: è un po’ come andare ad una mostra d’arte e trovarsi davanti un Pollock e un Raffaello, perché i Radiohead sono Tyson e sono Mayweather, moto e stasi, contrazione e dilatazione. Si divertono a smontare l’intuizione dell’ascoltatore e ce la fanno sempre: è un flirt ipnotico fatto di false anticipazioni che fanno presagire una mossa successiva che non arriva mai.

È un continuo sabotaggio dell’immaginario, un gioco sottilissimo con la percezione. “Ora succede questo” e non succede. E la verità è semplice: non sbagliano niente. Mai. Così vicini alla versione in studio da far percepire la maestria tecnica, eppure così lontani da introdurre una quarta dimensione all’ascolto in cuffia. Ora Bologna a stento sta tornando alla normalità, ma c’è una crepa luminosa aperta nel suo pavimento emotivo, e resterà lì per sempre. Perché l’arrivo in città dei Radiohead, in un contesto così difforme dall’idea di metropoli, non può proprio passare inosservato e non può svanire come un concerto qualunque. Ha una forza di colonizzazione dolce, e dunque negli interstizi tra la Garisenda e la Torre degli Asinelli, nel fiato delle biciclette che passavano questa mattina all’alba o nella nebbia che filtra tra i mattoni di Piazza Maggiore resterà per sempre un pezzo di Radiohead, nascosto tra il battere e il levare. E chissà che un giorno quei battiti cardiaci che ora torneranno dispari non siano destinati a rimettersi in fase e che l’Unipol Arena non stia solo aspettando di essere un’altra volta la stanza preparatoria al rito e poi il luogo del manifestarsi.