Dopo aver frantumato e ricomposto la propria identità artistica – prima come Chet Faker, poi sotto il suo nome anagrafico – Nick Murphy torna al punto zero. O meglio, al punto più rischioso: la canzone nuda, pensata per respirare fuori dallo studio. Con A Love for Strangers, il suo nuovo album, riporta in vita Chet Faker non come esercizio di nostalgia, ma come necessità creativa. In questa nostra conversazione – io in collegamento da Roma, lui da Tucson, Arizona – Murphy racconta un disco concepito per essere suonato, più che semplicemente prodotto.
Come ti senti rispetto al nuovo album, sei soddisfatto del risultato finale?
Sì, molto. È curioso perché ero soddisfatto ancora prima che uscisse. Ero così felice del disco che, per una volta, il giudizio del pubblico non era così importante per me. Ed è quasi un paradosso, perché forse proprio per questo alla gente sta piacendo. In generale sono sereno: sento che il lavoro è riuscito.
Nel tuo percorso artistico sembrano esserci sempre stati due lati: la scrittura e la produzione. In questo disco sembrano finalmente in equilibrio. Era un obiettivo consapevole?
All’inizio, come Chet Faker, ero concentrato quasi esclusivamente sulla produzione: beat, suoni, sperimentazione. Non pensavo minimamente al live. Poi ho passato anni a cercare di tornare alla scrittura con strumenti reali. Ogni volta che pubblicavo un disco dovevo capire come riprodurlo dal vivo, e odiavo quel processo perché erano due mondi completamente separati. Con questo album ho cercato di avvicinarli: quasi ogni brano può essere suonato solo con pianoforte o chitarra e funziona comunque. Non voglio passare la vita in tour premendo play. Voglio suonare davvero, sentirmi libero e crescere. E infatti questi pezzi dal vivo funzionano molto meglio per me.
Questo approccio sembra collegarsi al percorso iniziato con Run Fast Sleep Naked (il suo primo album pubblicato con il nome Nick Murphy ndr.). C’è continuità tra quei lavori?
Sì, direi di sì. Questa volta ho semplicemente scelto le canzoni migliori senza pensare se fossero “Chet” o “Nick”. In passato dividevo molto le due identità; ora sto cercando di unirle. È come aver fatto un grande giro per poi tornare al punto di partenza con una maggiore consapevolezza. Per esempio, Can You Swim è la prima canzone di Chet Faker registrata in un’unica take con pianoforte e voce insieme. È stata una novità importante per il progetto.
Come vivi il nuovo tour?
Mi sento bene, anche se è un periodo strano. A volte sembra che il mondo stia andando lentamente in pezzi e ti chiedi quanto abbia senso quello che fai. Però continuo perché è ciò che so fare. Gli show funzionano e suonare queste canzoni è bellissimo (in Italia suonerà il 24 luglio all’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera e il 25 luglio al Polifonic Festival di Cisternino ndr.). In un certo senso mi chiedo persino se tra qualche anno i tour esisteranno ancora, quindi cerco di vivere questo momento con più consapevolezza. La cosa più importante è che ora sul palco suoniamo davvero: niente computer.
Qual è stata la prima canzone a prendere forma durante la lavorazione del disco?
Far Side of the Moon. È probabilmente il brano su cui ho lavorato di più in assoluto: credo esistano circa ottantasei versioni diverse. C’erano varianti britpop, altre che ricordavano Bittersweet Symphony… infinite. Di solito quando lavori così tanto su qualcosa finisci per odiarla, invece questa mi piace ancora molto.

C’è un ricordo particolare legato alle registrazioni?
Per Can You Swim ho registrato pianoforte e voce insieme nel soggiorno di casa mia a Tucson. Ci ho messo due settimane solo per sistemare i microfoni, poi facevo poche take al giorno finché non è arrivata quella giusta. C’è anche una coincidenza incredibile: nella seconda strofa canto “sound the alarm” e proprio in quel momento passa una sirena in lontananza. Pensavo avesse rovinato la registrazione, invece è perfettamente sincronizzata ed è rimasta nella versione finale. Una cosa impossibile da programmare.
L’ordine dei brani sembra molto studiato.
Sono state scelte precise. Devi sapere che verso la fine del disco tutto diventava emotivamente molto pesante e sentivo il bisogno di inserire qualcosa che portasse aria ed energia. Oh No Oh No nasce proprio così: da un sample di fiati trovato online, con un suono quasi giocoso – “pa-pa-pa-pa” – che inizialmente avevo usato solo per costruire un beat. Poi mi sono reso conto che quel frammento aggiungeva leggerezza al disco e ho deciso di trasformarlo in una canzone vera e propria. Inserirla nella tracklist è stato un modo per spezzare la tensione emotiva dell’album e dare equilibrio all’ascolto.
Invece Over You in apertura?
Anche l’apertura è stata una scelta precisa. Ha un’introduzione molto lunga prima della voce e temevo che la gente la saltasse, ma rappresentava perfettamente il disco. Ho deciso di non seguire le regole della radio pop: questo sono io, prendere o lasciare. Curiosamente, la canzone più lunga è la prima e la più corta quasi l’ultima.
Ci sono state influenze precise dietro questo album?
Più che artisti, direi periodi musicali. Il disco è un omaggio alla mia infanzia: il pop pianistico tra fine anni Novanta e primi Duemila – David Gray, Gavin DeGraw, Coldplay – insieme al trip-hop, a Fatboy Slim e alle colonne sonore dei videogiochi giapponesi della PlayStation. C’erano anche chitarre emo e grunge. Volevo mescolare tutto insieme. Verso la fine mi ha colpito molto il disco di Mk.gee, che mi ha spinto a inserire più performance reali sopra le strutture basate sui loop. In fondo volevo ricreare la sensazione di quando avevo sedici anni e ascoltavo musica sull’iPod.
Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Tantissimo jazz. Quando sono stressato ascolto jazz. Ultimamente Thelonious Monk e John Coltrane, ma anche Susumu Yokota, molta ambient e new age.
Foto: capturecharles
Digital Cover: Simone Mancini, Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli
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