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Bleachers – Il ritorno a casa di Jack Antonoff

C’è una distanza invisibile tra la scena e chi la costruisce. Jack Antonoff ripercorre quel margine: dalle radici hardcore del New Jersey al suono emotivo dei Bleachers, dove tutto torna diretto, esposto e necessario

Se negli ultimi dodici anni non avete vissuto completamente isolati dal mondo del pop, è difficile pensare che il nome di Jack Antonoff non vi sia passato davanti almeno una volta. Eppure, proprio mentre la sua firma diventava sempre più ubiqua, la sua presenza pubblica restava sorprendentemente defilata, quasi in contrasto con l’enorme impatto esercitato dietro le quinte. Nato nel New Jersey e cresciuto tra i sobborghi della East Coast negli anni Novanta, Antonoff assorbe presto l’energia di una New York City attraversata da una scena indie in piena trasformazione. È lì che si forma il suo immaginario: un equilibrio instabile tra urgenza alternativa e sensibilità pop, tra introspezione e bisogno di racconto. Il salto di scala arriva quando entra nel circuito delle grandi produzioni. Da quel momento, il suo nome diventa una costante nei crediti degli album che hanno definito l’ultimo decennio. Il suo lavoro con Taylor Swift, prima con 1989 e poi con Folklore ed Evermore, contribuisce a ridefinire il suono del pop mainstream, spostandolo verso una direzione più intima, narrativa e cinematografica. Ma è nella costellazione delle collaborazioni parallele che Antonoff si consolida come figura chiave del pop contemporaneo: da Lorde a St.Vincent, passando per Florence + The Machine e The 1975. Un lavoro trasversale che lo rende, di fatto, una sorta di architetto invisibile del pop alternativo tra anni 2010 e 2020. Il suo stile produttivo è riconoscibile ma difficile da incasellare: drum machine asciutte, synth nostalgici, strutture che sembrano semplici ma sono costruite per amplificare la componente emotiva del brano. Antonoff non si limita a “produrre canzoni”: tende a costruire mondi sonori coerenti, spesso attraversati da una malinconia luminosa, quasi cinematografica. Non a caso il suo nome è diventato sinonimo di un certo tipo di pop emotivo, vulnerabile ma mai completamente fragile.

Eppure, è con i Bleachers che questa poetica trova la sua forma più diretta. Qui che emergono con più chiarezza i temi ricorrenti del suo lavoro: la memoria, la provincia americana, il passaggio del tempo, l’idea di crescere sentendosi sempre un po’ fuori posto. Il nuovo disco dei Bleachers Everyone For Ten Minutes – arriva in un momento in cui Antonoff sembra voler tornare a una dimensione più diretta e personale del progetto. È un ritorno che si inserisce dentro una traiettoria ormai chiara: quella di un artista che ha trasformato la nostalgia in linguaggio pop e il pop in un modo per raccontare il tempo che passa.

Ho letto molto sui tuoi primi anni e ho scoperto che suonavi punk, eri dentro quella scena. Eri tra New Jersey e New York nei primi Duemila. Che momento era per te?
Crescendo, ero completamente immerso nella scena hardcore del New Jersey. Suonavo, organizzavo concerti, vivevo dentro quel mondo. Era qualcosa di totalmente scollegato da qualsiasi idea di cultura più ampia o di estetica: era underground nel senso più puro. Allo stesso tempo, però, a pochissima distanza stava succedendo altro. A New York c’era quell’esplosione – quella scena, quella dei locali, delle band che poi sarebbero diventate simboliche come gli Strokes. Ed è stato strano crescere così, perché quello che facevamo noi era l’opposto. Noi eravamo completamente fuori da quel tipo di attenzione, e allo stesso tempo eravamo vicinissimi. E questa cosa… ci faceva incazzare. E anche essere gelosi.

Quindi non eri fan di quella scena, all’inizio?
Lo ero, ma mi metteva ansia. È come se a quindici miglia da te ci fosse un altro mondo, e tutti – davvero tutti – guardassero solo lì. Ludlow, Rivington, il Mercury Lounge… sembrava il centro dell’universo. Noi suonavamo nei posti in New Jersey, avevamo la nostra scena ed era incredibile. Ma non potevi raccontarla a qualcuno fuori da lì e aspettarti che capisse. Quella distanza, così piccola ma così enorme, è qualcosa che mi sono portato dietro per tutta la vita.

Digital Cover – Bleachers, foto di Alex Lockett

Volevo parlare del tuo processo creativo oggi. Com’è che nascono le canzoni per te?
Non è mai cambiato molto, in realtà. Le canzoni arrivano sempre nello stesso modo un po’ misterioso: parte da una sensazione, da qualcosa che voglio dire. Poi, lentamente, si forma anche il modo in cui dirlo. Quello che cambia è come quella cosa viene espressa. Negli ultimi dischi dei Bleachers, la band è molto più presente. E questo succede semplicemente perché è così che suona la mia vita adesso. Ho passato anni in tour con loro, e volevo che il disco riflettesse quella energia.

C’è un momento nell’album che mi ha colpito molto: I Can’t Believe You’re Gone. Arriva quasi all’improvviso ed è devastante.
Quando perdi qualcuno… non importa quanto tempo passi. La cosa che trovo più interessante del dolore è che diventa più vivibile, ma non cambia davvero. Costruisci una vita, torni a funzionare, riesci ad andare avanti. Ma il punto centrale rimane identico. E quindi succede questa cosa strana: più vivi nella normalità, più a volte è scioccante ricordare quello che è successo. Hai questi momenti in cui ti fermi e pensi: “non riesco a credere che sia davvero successo”. La canzone è esattamente questo. Arriva come arriva quel pensiero: stai bene, stai parlando, stai vivendo… e poi, all’improvviso, vieni travolto.

Mi ha colpito proprio questo: sembra replicare quella sensazione dentro il disco.
Sì, è quello che volevo. Ci sono momenti pieni di energia, quasi euforici, e poi – senza preavviso – arriva quella frase. È così che funziona nella mia testa: posso stare passando una giornata normale, e poi salgo in macchina e vengo colpito da un’onda di dolore. Non è qualcosa che si “risolve”. È sempre lì. Diventa solo… gestibile.

Parlando invece di You and Forever: la produzione è incredibile, molto stratificata, quasi in tensione continua. Com’è nata?
Quella è una canzone in cui la produzione mi ha aiutato a capire cosa stessi cercando di dire. Avevo gli accordi, avevo l’idea, ma non funzionava. Perché è una canzone d’amore, sì, ma piena di dissonanza, di qualcosa che tira in direzioni opposte. Poi ho iniziato a lavorare sulle voci, a stratificarle, ho aggiunto il clavicembalo, i fiati… cose che, teoricamente, non c’entrano nulla tra loro. Ma messe insieme, hanno creato quella sensazione: una specie di ansia piena di speranza. A quel punto ho capito davvero la canzone.

Si sente tantissimo quella tensione che poi esplode.
Sì, ed è anche il motivo per cui volevo che fosse il primo singolo. Dentro quella canzone c’è tutto: la tensione assurda e il rilascio altrettanto assurdo. È un modo per dire: “ok, è così che mi sento adesso”.

Rispetto ai primi lavori, si sente molto di più la band. Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
È cambiato perché ho iniziato a lasciare entrare di più le persone. Mi sento più a mio agio nel farlo, più sicuro. E quando hai intorno persone di cui ti fidi davvero, succedono cose che da solo non avresti mai fatto. Se invece non c’è quella fiducia, diventa difficile – perché rischia di diventare una questione di ego. Ma quando funziona, è una delle cose più belle.

Un’altra cosa che trovo molto particolare è il lavoro sulle voci. Ci sono suoni strani, quasi imperfetti, ma super espressivi.
Mi interessa proprio quello. Quando scrivo e registro, ci sono un sacco di suoni non canonici che vengono fuori: urla, respiri, cose strane. In questo disco ho iniziato a usarli davvero, a trattarli come se fossero personaggi diversi. A volte sembrano quasi accenti diversi, o versioni diverse di me stesso. Più lo faccio, più sento che il disco diventa… riconoscibile, mio.

Essendo anche un produttore per tanti altri artisti: quanto si influenzano queste due cose?
Tantissimo, ma non in modo diretto Non è che prendo un suono da una parte e lo porto nell’altra. È più una questione emotiva. Se sto lavorando con qualcuno che si apre completamente, che è vulnerabile, quella cosa mi rimane addosso. E magari torno su un mio pezzo e sento il bisogno di scavare più a fondo. Non sono due lavori separati. È tutto parte della stessa cosa.


Foto: Alex Lockett
Digital Cover: Simone Mancini x Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli 
Ufficio stampa: Spin-Go!
Thanks to All Things Live Italy