Maggio inoltrato. Alle sei e mezza di pomeriggio, le strade sono ancora immerse in una luce piena, complice quell’inclinazione del sole che in primavera trasforma le città in fotografie dai toni dorati. In auto la playlist scorre sui Royel Otis, in modo tutt’altro che casuale. Quel timbro vocale risuona dalle stesse casse già dal 2022: si cantava di ostriche in tasca, di nonsense e di quella nostalgica spensieratezza che ci prende di tanto in tanto e che trova una perfetta corrispondenza musicale in due ragazzi australiani, Royel e Otis, due nomi che, privi di congiunzione che li separi, formano un duo ormai noto alle locandine di tutti i più grandi festival del mondo. EP dopo EP, cover diventate virali e due album solidissimi hanno dato forma a una traiettoria tanto rapida quanto credibile, lasciando la sensazione che questo sia soltanto l’inizio di un percorso molto più lungo. Quando lascio l’auto, il sole comincia a tingere gli edifici di arancione tenue. Un clic dopo, con Oysters In My Pocket ancora in testa, il tramonto italiano si sovrappone virtualmente a una mattina già inoltrata di Los Angeles. Con ogni probabilità, la sveglia dei due è suonata poco prima della nostra chiamata. Otis mi accoglie con una voce ancora impastata dal sonno; Royel si sarebbe collegato di lì a poco. D’altronde, lì non sono ancora nemmeno le dieci.
Dall’Australia al deserto californiano del Coachella. Iniziate a sentirne la pressione?
Otis: Pressione non direi, ma stiamo vivendo esperienze pazzesche. Il Coachella, per noi che veniamo dall’Australia, è qualcosa di incredibile. Quando sei così lontano sembra irraggiungibile, quasi irreale. Poi ti ritrovi su quel palco, davanti a migliaia di fan e circondato da artisti che hai sempre ascoltato… ed è tutto piuttosto surreale. Una sensazione enorme.
Royel: Sì, assolutamente. Però credo che oggi la pressione sia diventata qualcosa di più gestibile. O magari siamo semplicemente diventati più bravi a conviverci.
Siete già al secondo disco in così poco tempo. In genere, i primi due album dicono molto dell’essenza di una band. Meno costruzione, meno sperimentazione a tutti i costi, più verità. E sento proprio questo in Pratts&Pain e Hickey. Una fresca spensieratezza alternata ad una sincera nostalgia.
Otis: Pratts & Pain è davvero fresco, caotico e grezzo, proprio come noi. Alcune canzoni le avevamo da tantissimo tempo, quindi in studio eravamo subito più preparati. Con Hickey, invece, la pressione era decisamente maggiore: avevamo solo quattro mesi per registrarlo. Eravamo in tour da un anno e non avevamo praticamente nessun brano pronto, quindi siamo ripartiti da zero. È stata un’esperienza molto diversa, ma anche estremamente autentica, perché Hickey parla di noi, della nostalgia di casa e della mancanza delle persone care.
Sweet Hallelujah è il vostro ultimo singolo: un brano sognante, nostalgico e molto intimo. Eppure, nonostante questo, ha trovato la sua dimensione ideale live sul palco del Coachella, dove avete avuto modo di suonarla per la prima volta in assoluto.
Otis: Ero decisamente nervoso. È come quando suoni una canzone nuova: ti rimane sempre in testa e continui a pensarci. Tutti i nostri pezzi sono piuttosto veloci, mentre in questo rallentiamo parecchio. È un vero cambio di ritmo rispetto a tutto quello che abbiamo fatto finora. Anche per questo, quel momento al Coachella è stato davvero emozionante.
Avrete un’estate pienissima di live e aprirete i concerti di una band enorme, i Foo Fighters.
Royel: È stata una delle prime band che ho visto dal vivo. Pazzesco che divideremo il palco con Dave Grohol, che ha alle spalle progetti come i Queens of the Stone Age e i Nirvana. È incredibile.
Cosa ascoltavate da ragazzini oltre i Foo Fighters?
Royel: Prima ascoltavo i Death Grips o gli Slipknot. Da ragazzino li mettevo a tutto volume quando avevo bisogno di qualcosa di forte. Ma, a pensarci bene, non sono cambiato per niente (ride, ndr.). Oggi come allora ascolto i The Cure, i Bloc Party – soprattutto il loro primo album, Silent Alarm – oppure, se ho voglia di rumore e rabbia nelle orecchie, metto su i The Vines.
Otis: Sono cresciuto ascoltando un sacco di gruppi degli anni Ottanta e Novanta perché i miei genitori li mettevano sempre su. Ascoltavano molto Sinéad O’Connor, i Pixies, i Mazzy Star, quel genere lì. Per me è lo stesso discorso di Roy: quello che ascolto oggi non è poi così diverso da allora, anche se seguo pure la musica pop e tutto quello che va di moda adesso.

Inutile dire che le vostre cover di successo di Linger e Murder on the Dancefloor hanno aumentato enormemente la vostra fama a livello globale. Vi pesa doverle portare in setlist?
Royel: (ride di gusto, ndr.) No dai, sono canzoni incredibili! Credo che esistano brani che nessuno dovrebbe mai reinterpretare e, fino a qualche tempo fa, avrei detto che Linger fosse uno di quelli. All’inizio ero terrorizzato dalla reazione del pubblico, soprattutto quando l’abbiamo suonata in Irlanda, a Dublino. Pensavo: “Ci odieranno sicuramente”. Prima di tutto perché non siamo irlandesi, e poi perché magari non saremmo riusciti a renderle giustizia. Invece il pubblico ci ha sostenuto tantissimo e ha cantato a squarciagola fin dal primo momento. Credo sia anche per questo che continuiamo a suonarle dal vivo: tutti si divertono ed è sempre un’esperienza nuova portarle in tour. Non mi sono ancora stancato di suonarle. Almeno per ora.
Otis: Prima o poi, ne sono sicuro, le cover spariranno dalle setlist. Ma per adesso no. Penso che sarebbe ingiusto nei confronti del pubblico escluderle. E poi credo sia bello poter suonare le canzoni di altri artisti: è una forma di rispetto verso leggende come i Cranberries. L’anno scorso abbiamo anche suonato dal vivo con Noel Hogan ai Rolling Stone UK Awards ed è stato davvero fantastico.
Come avete scelto queste due canzoni?
Royel: All’inizio avevamo pensato a qualcosa degli Hives, per via della loro energia pazzesca. Poi siamo addirittura arrivati a Build Me Up Buttercup dei Foundations: due brani agli antipodi. Alla fine abbiamo deciso di scegliere pezzi che nessuno si sarebbe aspettato da noi – o almeno credo sia stato così. Ci siamo detti: “Perché no?”. Volevamo provare a fare qualcosa di totalmente diverso da quello che facciamo di solito.
Quali cover di altri artisti vi piacciono di più?
Otis: Hallelujah di Jeff Buckley prima di tutte, poi Someday degli Strokes rifatta da Julia Jacklin e Believe di Cher nella versione dei DMA’S. Anche When You Were Mine, la cover che Cyndi Lauper ha fatto di un pezzo di Prince.
Royel: Mi hai rubato una cover (ridono, ndr.). Io direi senza dubbio Nothing Compares 2 U di Sinéad O’Connor e Girls Just Want to Have Fun di Cyndi Lauper – che è una cover, giusto? O me lo sono sognato? Entrambe le hanno reinterpretate completamente a modo loro, ed è proprio per questo che le adoro.
Ora, in un mondo giusto, qualcuno dovrebbe fare una cover di un vostro pezzo. Chi vorreste che suonasse cosa?
Royel: Bella domanda. Ok dai, fatemi sognare: Judy Garland che canta Sweet Hallelujah in stile Somewhere Over the Rainbow.
Otis: Io sarei curioso di sentire una nuova versione della nostra Egg Beater.
Quale vostro brano pensate vi rappresenti di più oggi?
Otis: Direi Sweet Hallelujah, perché rappresenta la nuova direzione che stiamo prendendo. Però, a pensarci bene, sceglierei Oysters in My Pocket, semplicemente perché è un po’ sciocca e divertente. La adoro.
Royel: Avrei detto la stessa cosa (ride, ndr.). Quella canzone siamo proprio noi. Però direi anche Sweet Hallelujah o Bull Breed.
È mattina inoltrata, ma mi sa che ormai vi ho buttati giù dal letto. Cosa farete oggi?
Royel: Appena finiamo l’intervista andiamo in studio. In questi giorni stiamo scrivendo e registrando roba nuova. Siamo costantemente occupati. Mi sa che di dormire non se ne parla più.
Foto: Isaac Brown
Digital Cover Story: Simone Mancini x Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli
Thanks to Universal Music Italia – EMI Records Italy