Due fratelli dalla Nuova Zelanda che a un certo punto hanno deciso che Auckland non bastava più. I Balu Brigada – Henry e Pierre Beasley – hanno fatto le valigie, sono passati per Berlino e sono finiti a New York, dove il ritmo della città si è infilato nelle canzoni senza chiedere permesso. Non è un caso che So Cold e Backseat portino addosso l’aggressività e l’irrequietezza di una metropoli che non ti lascia mai solo con i tuoi pensieri. Portal, il loro debutto, è arrivato solo nel 2025, dopo anni di singoli e di identità cercata, costruita, smontata e ricostruita da zero. In tanti li avevano già etichettati come la prossima grande cosa della scena indie, ma loro si sono presi tutto il tempo necessario per arrivarci alle proprie condizioni. Il risultato è un disco scritto e prodotto interamente in casa, senza intermediari, senza scorciatoie, che suona come un esordio solo sulla carta. Dentro ci sono gli echi degli Strokes che non provano a nascondere, la vulnerabilità esibita come punto di forza in brani come Politix, dove ammettere di sentirsi persi e deliranti diventa il modo più onesto per farsi ascoltare. C’è il peso di aver suonato davanti a più di un milione di persone aprendo per i Twenty One Pilots, un’esperienza che avrebbe potuto far perdere la testa a chiunque ma che loro hanno metabolizzato con una lucidità quasi sospetta, consapevoli che quel pubblico era in prestito e che il proprio andava ancora costruito. Con un nonno direttore d’orchestra e genitori artisti prima di loro, i Balu Brigada non hanno mai dovuto imparare a stare davanti a un pubblico. Il palco era già casa. Ma Portal è qualcosa di diverso, è la prima volta che quella casa ha una porta aperta sul mondo, e dall’altra parte non c’è nessuna certezza, solo la voglia di attraversarla lo stesso.
Come state?
Henry: Stiamo bene! Stiamo finendo un tour in America Latina che è stato molto divertente e pieno di energia. Siamo entusiasti di portare le canzoni di Portal in altre parti del Mondo, e felici di testare anche del materiale nuovo.
Siete attivi dal 2016, eppure avete aspettato il 2025 per far uscire il vostro album di debutto. Quando vi siete resi conto che era il momento giusto per pubblicare un disco intero?
Pierre: Credo che ci sia voluto tutto quel tempo per capire davvero il nostro sound e il nostro stile. Finalmente siamo arrivati a un punto in cui abbiamo le competenze per scrivere e produrre tutta la nostra musica internamente, e questo ha significato poter realizzare la versione più onesta e autentica di un album di debutto.
Metto su il disco e subito dopo l’intro, parte So Cold e l’immaginario richiama immediatamente gli Strokes. Vi sentite eredi di quel tipo di sound?
Pierre: Siamo sicuramente influenzati da loro e amiamo le loro sonorità e atmosfere. A dire la verità, non li stavamo citando direttamente mentre scrivevamo So Cold, ma col senno di poi possiamo sicuramente sentire le somiglianze.
Portal è un passaggio simbolico verso un mondo incerto, un varco in un collage di ricordi, emozioni e cambiamenti. Si percepisce molto il tema della fuga e della ricerca altrove.
Henry: Credo perché una grande parte del nostro percorso degli ultimi anni è stata proprio questa ricerca altrove, fuori dalle nostre zone di comfort. In particolare, nel senso di esserci trasferiti dalla nostra Nuova Zelanda in un Mondo così vasto e incerto. A volte è stato intimidatorio, ma più spesso entusiasmante esplorare quell’incertezza, ed è per questo che viene citata così tanto nell’album.
Anche nei vostri brani più energici emerge sempre una fragilità emotiva, un riconoscimento del proprio caos interiore. Usate la musica come forma di autoanalisi?
Pierre: Assolutamente sì, a volte scriviamo canzoni in una sorta di stato di flusso, e poi ci rendiamo conto di cosa parla il pezzo solo dopo averlo finito. In questo senso, è un’autoanalisi inconscia piuttosto appagante.
C’è molta autoironia nel vostro percorso, quanto è importante “non prendersi troppo sul serio” per mantenere vivo il progetto?
Pierre: È davvero importante per noi mantenere il divertimento e la gioia nella musica, e non lasciare che diventi tutto troppo pesante. Con una grande crescita è arrivata molta pressione, ma siamo fortunati ad averci l’un l’altro e un grande sistema di supporto che continua a ricordarci che questo è il nostro sogno, e deve sempre sembrare tale.

Avete detto che «il cuore della band è la vulnerabilità». Qual è stata la vulnerabilità più difficile da tradurre in musica?
Henry: Credo che alcune frasi della canzone Politix siano le più difficili, perché sono le più vulnerabili. La canzone parla un po’ di quei momenti in cui perdi la speranza nel tuo sogno e ti senti in preda al delirio, una cosa che molti artisti provano a un certo punto. È un sentimento molto profondo, ma proprio per questo è ancora più risonante.
Esporre queste vulnerabilità vi aiuta a connettervi con il pubblico?
Henry: Davvero tanto. È stato l’onore delle nostre vite vedere persone in Paesi diversi entrare davvero in sintonia con i nostri testi più vulnerabili – è un po’ quello che sogni.
Gli Strokes hanno contribuito a plasmare la scena newyorkese insieme a Interpol, Yeah Yeah Yeahs, e poi LCD Soundsystem. Voi vi siete trasferiti a New York nel 2023.
Pierre: Credo che tutti loro ci abbiano influenzato molto a livello inconscio. Siamo fan di tutte le band di quella scena, quindi è un onore frequentare i locali e i bar iconici che frequentavano loro, e camminare per le strade che sono state raccontate in tante canzoni che ci hanno influenzato.
A proposito, quest’anno ricorrono i venticinque anni di Is This It. Come vi immaginate tra venticinque anni?
Pierre: Mi piace pensare che staremo ancora suonando molte di queste canzoni, e suoneranno nostalgiche, perché il nostro sound sarà cambiato radicalmente nel frattempo.
Avete fatto musica ad Auckland, Berlino, New York… quale città vi ha cambiato di più musicalmente?
Henry: Credo New York. C’è un’aggressività, un’inquietudine e un ritmo in questa città che hanno davvero reso alcune delle nostre canzoni quello che sono. Siamo fermamente convinti che sia Backseat che So Cold non sarebbero esistite se avessimo provato a scriverle fuori da New York.
Con un padre ballerino e una madre attrice, vi siete sentiti a vostro agio sul palco fin dall’inizio?
Henry: Siamo grati di essere stati incoraggiati a farlo fin da subito, e questo ha fatto sì che esibirci ci venisse naturale, essendo nati in una famiglia di creativi.
Avete aperto per i Twenty One Pilots davanti a più di un milione di persone. C’è stato un momento in cui avete pensato: “Ok, ce l’abbiamo fatta”?
Pierre: A volte ci siamo sicuramente lasciati andare a quella sensazione, perché era tutto così emozionante e un’opportunità incredibile di cui far parte. Ma sapevamo sempre che quello era un pubblico in prestito, e che dovevamo ancora impegnarci molto per costruire un pubblico e una cultura nostri. Ci piace pensare che siamo sulla strada per “farcela”, ma sappiamo che non possiamo adagiarci dopo aver ricevuto un’opportunità di quella portata.

Nella vostra intervista a KVRX avete parlato dell’importanza delle esibizioni intime.
Pierre: Alcuni degli show più piccoli del Portal North America Tour sono stati molto gratificanti. Mi ricordo un concerto in North Carolina, particolarmente intimo e divertente perché eravamo così vicini da poter vedere i volti di tutti mentre ci cantavano i testi.
Quando un nuovo album?
Henry: Al momento stiamo scrivendo e testando del materiale a cui lavoriamo in tempo reale, il che è divertente perché ti permette di capire subito cosa funziona e cosa no. Siamo ancora molto immersi nel mondo di Portal e ci stiamo godendo la possibilità di scoprire cos’altro possiamo scrivere restando nello stato mentale di questo album.
Foto: zartaberfair1
Digital Cover: Simone Mancini, Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli
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