Una cicatrice è la prova che il corpo ha resistito. Non cancella in alcun modo ciò che è accaduto, piuttosto lo trasforma in una forma stabile e abitabile. È il punto in cui il dolore diventa memoria e consapevolezza, oltre che una possibilità di racconto. Nel percorso di Double G, Padre Nostro emerge da questo spazio di tempo, non nell’urgenza del trauma, ma nella pazienza che serve per guardarlo senza distogliere lo sguardo. Il brano si muove con delicatezza, dove fragilità e spiritualità si fondono senza cercare risposte semplici. È una canzone che nasce dopo anni di silenzi e tentativi, pronta a condividere il dolore solo quando è diventato abbastanza vero da essere raccontato. È da qui che parte la nostra chiacchierata con Double G, con lo scopo di esplorare proprio questo percorso: dalla paura di non tornare alla musica, alla necessità di trasformare il dolore in un linguaggio autentico. Un dialogo con il tempo, con la fede e con sé stessi, in un processo di crescita e di verità.
Partiamo facendo un quadro generale. Nella tua storia ci sono pause, strappi, ripartenze: qual è stato il momento in cui hai avuto più paura di non tornare a fare musica, se c’è stato, e cosa ti ha rimesso in piedi?
Partiamo alla grande, sì, anche se forse è proprio da lì che nasce la mia storia. Il momento in cui ho avuto più paura di non tornare a fare musica è stato nel 2021. Era passato circa un anno dal mio ultimo singolo, l’Italia era ancora immersa nel periodo del Covid e io mi trovavo senza un team, senza punti fermi. Era uno di quei momenti in cui ti senti sospeso, come se tutto fosse in pausa. Probabilmente per un accumulo di stress e insicurezze, mi sono scontrato con quello che viene chiamato “blocco dello scrittore”. Per me è stato destabilizzante, perché la musica è sempre stata il mio modo di comunicare e, in quel momento, non riuscivo più a farlo. Questa cosa mi ha fatto stare davvero male. Ho iniziato a sfogare tutto sul cibo, seguendo un’alimentazione sregolata, fino ad arrivare al primo stadio di obesità.
E cosa ti comportava?
Dormivo poco, ero molto emotivo e confuso, e ricordo di aver provato diverse strade prima di intravedere anche solo un piccolo spiraglio. Più che rimettermi subito in piedi, ho provato a rimettermi in ascolto. Mi sono iscritto a una scuola di canto, ho letto molto, ho iniziato un percorso di terapia psicologica. Non avevo risposte, ma sentivo il bisogno di capire cosa mi stesse succedendo. Non posso dire che da lì sia stato tutto in discesa, né che io abbia risolto ogni cosa. Sono ancora in cammino, ancora emergente, ma quel periodo mi ha insegnato che chiedere aiuto non è una sconfitta. È stato il primo passo per tornare, con più consapevolezza, verso la musica e verso me stesso.
Nel tuo ultimo lavoro, Padre Nostro, la spiritualità si intreccia al dolore. Ti è stato naturale fondere questi due estremi o hai dovuto fare i conti con una certa resistenza interiore?
Sì, ho dovuto fare i conti con una forte resistenza interiore, assolutamente. Padre Nostro nasce da un’esperienza vera, realmente accaduta, e proprio per questo non è stato semplice affrontarla artisticamente. Raccontare qualcosa che ti ha segnato nel profondo significa esporsi senza protezioni, accettare di rivivere certe emozioni e di mostrarle anche agli altri. All’inizio c’era paura: la paura di non essere capito, di essere giudicato, ma soprattutto la paura di guardare di nuovo in faccia qualcosa che avevo cercato, per molto tempo, di tenere a distanza. La spiritualità, in questo senso, non è arrivata come una risposta immediata, ma come una domanda. È stato un confronto, a tratti anche scomodo, tra il dolore vissuto e il bisogno di dargli un senso. Non è stato un processo naturale o lineare. È stato più un attraversamento: ho dovuto accettare quella resistenza, ascoltarla e non forzarla. Solo così sono riuscito a trasformare un’esperienza intima in un racconto condivisibile. Padre Nostro non è una certezza, ma un tentativo sincero di mettere insieme fragilità e ricerca, dolore e spiritualità, senza fingere di avere tutte le risposte.
A tal proposito: sai identificare il momento esatto in cui hai capito che non potevi più tenerti il dolore dentro e dovevi trasformarlo in musica, anche a costo di esporti completamente?
Sì, c’è stato un momento preciso. Non è stato qualcosa di romantico o improvviso, ma un punto di saturazione. Mi sono reso conto che stavo cercando di andare avanti facendo finta di nulla, accumulando tutto dentro, e che quella strategia non stava funzionando. Il dolore non stava passando, stava solo cambiando forma. Ricordo di essermi fermato e di aver pensato che, se non avessi trasformato quello che provavo in musica, mi avrebbe consumato. Non per scelta artistica, ma per necessità. In quel momento ho capito che Padre Nostro non poteva essere un brano filtrato o edulcorato: doveva essere onesto, anche a costo di espormi completamente. È stato lì che ho smesso di chiedermi se fosse giusto o conveniente raccontarlo e ho iniziato a chiedermi se fosse necessario per me. La risposta è stata sì. Scrivere Padre Nostro è stato il modo più vero che avevo per non tenere più quel dolore dentro e per dargli una forma che potessi sostenere.
Testamento è stato definito come un “addio mascherato da debutto”. Ora, con Padre Nostro, cosa senti di voler lasciare e cosa, invece, di voler recuperare di te stesso?
Penso di aver lasciato, prima di tutto, le aspettative che molte persone avevano riposto in me. Dopo Testamento in tanti si aspettavano una direzione precisa, magari una sequenza di brani più immediati, più banger, come se quello fosse l’unico sviluppo possibile. Ho sentito il bisogno di staccarmi da quell’idea, non per contraddirla, ma perché non mi rappresentava fino in fondo in quel momento. Con Padre Nostro ho lasciato anche la necessità di compiacere, di dover rispondere a un’immagine costruita dall’esterno. In parte ho dovuto accettare di perdere qualcosa per strada: alcune aspettative, qualche legame che non riusciva più a stare al passo con il mio cambiamento. Quello che sento di aver recuperato, invece, è la mia centralità. Ho ritrovato una maggiore consapevolezza di me, del perché faccio musica e di cosa voglio raccontare. Non cerco più di rincorrere una versione di me che funziona per gli altri, ma di restare fedele a quella che riesco a sostenere io. Padre Nostro rappresenta proprio questo passaggio: non un punto di arrivo, ma un riallineamento, un modo per tornare al centro e ripartire da lì.
Ricollegandomi a questo, dato che è un brano così sentito per te e fa riferimento ad un momento oscuro che nel brano fai risalire al 2009, ci sono state diverse stesure e revisioni oppure è rimasto lì per tutti questi anni e poi è uscito di getto?
In realtà non è stato un brano rimasto lì intatto per tutti questi anni, ma nemmeno qualcosa uscito completamente di getto. È stato più un percorso a fasi. Quel momento del 2009 è sempre rimasto con me e, in parte, avevo già iniziato ad affrontarlo in passato, soprattutto con Hangover all’interno di Testamento. Lì era un dolore ancora molto grezzo, raccontato più per frammenti, quasi per immagini, perché forse non avevo ancora gli strumenti per andare fino in fondo. Negli anni ci sono state diverse stesure, appunti, tentativi legati a quel vissuto, ma ogni volta mi rendevo conto che mancava qualcosa: o ero troppo distante emotivamente, o troppo coinvolto per riuscire a essere davvero lucido. Credo che servisse tempo, e una certa maturazione personale, per poter guardare quel dolore senza esserne travolto. Quando ho scritto la versione definitiva di Padre Nostro, invece, è stato diverso. È venuto tutto fuori in modo molto diretto, non perché fosse improvvisato, ma perché ero pronto. Se Hangover era il racconto di una ferita ancora aperta, Padre Nostro è stato il momento in cui ho trovato il coraggio di guardarla in faccia, senza più filtri né protezioni.

Hai mai avuto paura durante la sua genesi che potesse non essere sufficientemente eterno, che non fosse abbastanza? Come si arriva a dire “ora sono giunto alle versione definitiva”?
Certo che sì. Il dubbio, secondo me, è sintomo di intelligenza e di rispetto verso quello che si sta facendo. Non ti nego che durante la genesi di Padre Nostro ho avuto spesso paura del futuro: paura di non essere all’altezza, di non essere pronto, di espormi troppo rispetto a ciò che sono e da dove provengo. Quando lavori su un brano così personale, il rischio è quello di chiederti continuamente se stai dicendo abbastanza, se stai andando davvero fino in fondo o se ti stai ancora proteggendo. È una paura sottile, ma costante. Arrivare a dire “questa è la versione definitiva” non è stato un atto di sicurezza assoluta, ma di accettazione. Ho capito che stavo smettendo di migliorare il brano e stavo solo rimandando per timore. In quel momento mi sono reso conto che non doveva essere perfetto o eterno nel senso assoluto, ma vero. La versione definitiva è arrivata quando ho sentito che, riascoltandolo, non avevo più il bisogno di spiegarmi o di giustificarmi. Era lì, per quello che poteva essere, e per me bastava così.
La tua musica attraversa diversi generi. Come riesci a mantenere un equilibrio tra autenticità e sperimentazione cercando di non risultare mai uguale al passato ma al contempo non perdendo identità?
Credo che l’equilibrio nasca soprattutto da una voce interiore molto forte. Non nel senso di avere sempre le idee chiare, ma nel sapere riconoscere quando qualcosa mi rappresenta davvero e quando, invece, è solo un esercizio di stile. La mia personalità, la mia storia e quello che ho vissuto fanno da bussola, anche quando cambio suoni o linguaggi. La sperimentazione per me non è mai fine a se stessa: nasce dalla curiosità e dal bisogno di non restare fermo, ma passa sempre da un filtro personale. Anche quando mi allontano da ciò che ho fatto in passato, so da dove provengo e cosa mi ha portato fin lì, e questo mi permette di non perdere identità. Non cerco di essere diverso per forza, né di replicare formule che hanno già funzionato. Cerco piuttosto di essere coerente con il momento che sto vivendo. Se c’è una continuità nella mia musica, non è nel genere, ma nell’onestà con cui provo a raccontarmi. È lì che sento di restare me stesso, anche quando cambio pelle.
Entrando in contatto con il tuo progetto, mi sono reso subito conto che l’estetica ha un ruolo simbolico. Quanto per te l’immagine è parte integrante del messaggio musicale?
Sì, credo tu ti riferisca soprattutto ai video, e in quel caso ti dico che per me l’immagine è una parte fondamentale del messaggio musicale. Amo idearli, costruirli, immaginarli: è un processo che risveglia molto il mio lato più istintivo, quasi il mio “me bambino”, quello che guarda il mondo per simboli e suggestioni prima ancora che per parole. In questo percorso è fondamentale il lavoro che porto avanti con il mio videomaker, Frank Falletta, con cui c’è un dialogo costante. Non si tratta mai solo di accompagnare una canzone, ma di tradurre visivamente un’emozione, un passaggio della mia storia. Ho sempre visto il progetto nel suo insieme come il racconto della mia vita: musica, immagini, estetica fanno parte dello stesso linguaggio. L’immagine non serve a spiegare il brano, ma ad amplificarlo, a dargli un’altra chiave di lettura. Per me è un modo per rendere il messaggio più completo e per permettere a chi ascolta di entrarci dentro non solo con le orecchie, ma anche con lo sguardo e con l’immaginazione.
Nel tuo percorso parli apertamente di dolore, perdita, riscatto. Qual è, secondo te, la forma più onesta di affrontare la fragilità?
Credo che la forma più onesta di affrontare la fragilità sia glorificarla, riconoscerla e darle dignità, senza nasconderla né combatterla. E quando dico “glorificarla” non intendo esaltare il dolore o farne un feticcio, ma smettere di vergognarsene. Vengo da un’infanzia e da un percorso di vita complicati, che mi hanno spesso messo davanti a limiti, mancanze e ferite. Per molto tempo ho pensato che mostrarsi fragili fosse una debolezza, qualcosa da tenere nascosto; col tempo ho capito che era esattamente il contrario. Affrontare la fragilità in modo onesto significa guardarla in faccia, accettare che faccia parte di te e smettere di mascherarla per apparire più forti o più “a posto” di quello che si è. La mia realtà, con tutte le sue difficoltà, è ciò che mi ha formato e che oggi mi permette di essere autentico. Per me il riscatto nasce proprio da lì: dal non rinnegare ciò che mi ha fatto male, ma dal trasformarlo in consapevolezza, in linguaggio, in qualcosa che possa avere un senso anche per gli altri. È in quella verità, anche scomoda, che sento di essere davvero me stesso.
Padre Nostro è un dialogo con Dio, ma suona anche come un grido umano. Cosa rappresenta oggi la Fede (o se preferisci, la spiritualità in generale) per te?
Oggi la fede, o meglio la spiritualità, per me non è una certezza né un approdo definitivo, ma una tensione continua. Padre Nostro è nato proprio come un dialogo, a tratti anche come un grido, perché non avevo risposte ma domande molto forti. La spiritualità rappresenta uno spazio di confronto, non di conforto automatico. È il luogo in cui posso permettermi di essere fragile, di sbagliare, di dubitare, senza dover dimostrare nulla. Non la vivo come un insieme di regole, ma come una relazione in evoluzione, fatta anche di silenzi e di distanza. Se oggi ha un significato per me, è quello di ricordarmi che non sono autosufficiente, che posso fermarmi e ascoltare, anche quando non capisco. È una ricerca che cammina insieme al dolore e all’umanità, non al di sopra di esse. E forse proprio per questo, resta l’aspetto più vero e onesto del mio percorso.
Palermo è spesso una presenza silenziosa ma centrale nelle storie che racconti: in che modo la tua città ha formato il tuo sguardo artistico e il tuo modo di parlare di fragilità e riscatto?
Palermo è una presenza silenziosa ma costante in quello che scrivo, anche quando non viene nominata direttamente. È una città che ti mette davanti alla fragilità molto presto: alla bellezza che convive con le ferite, alla dignità che resiste nonostante le difficoltà. Crescere qui significa imparare a guardare le cose senza filtri, accettando le contraddizioni. Questo sguardo ha formato profondamente il mio modo di raccontare il dolore e il riscatto. Non a caso, la title track dell’EP Testamento è un brano interamente in palermitano. È stato un gesto istintivo e identitario: usare la lingua della mia terra per raccontare ciò che mi ha cresciuto, nel bene e nel male. Palermo mi ha insegnato che la fragilità non va nascosta, ma attraversata, e che il riscatto non è mai spettacolare, è quotidiano. È fatto di piccoli atti di resistenza, di orgoglio silenzioso. Credo che il mio modo di scrivere nasca proprio da qui: dal tentativo di dare voce a quella realtà complessa, dura e bellissima, che mi ha formato come persona prima ancora che come artista
Nel privato, fuori dai riflettori, qual è il gesto più semplice che ti fa sentire vivo e presente, al di là dei numeri, dei risultati e della scena?
Nel privato, lontano dai riflettori, ciò che mi fa sentire davvero vivo è la quotidianità. Lavoro presso un’attività nel mio quartiere nativo e stare a contatto con il pubblico è qualcosa che mi tiene con i piedi per terra. È lì che vivo una realtà che mi conosce semplicemente come Giuseppe, non per quello che faccio artisticamente, ma per quello che sono. Quel contatto umano, fatto di gesti semplici, di conversazioni spontanee, di routine, mi ricorda da dove vengo e perché faccio musica. Mi aiuta a non perdere il senso delle proporzioni, a restare presente, ancorato alla realtà. Al di là dei numeri, dei risultati e della scena, è proprio questo che mi fa sentire vivo: essere parte di una comunità reale, concreta, che non chiede performance ma presenza. Ed è anche da lì che continuo a trarre ispirazione.
Guardando ai prossimi passi, quali sono i rischi artistici o tematici che senti di dover ancora correre per essere pienamente allineato con quello che sei oggi?
Credo che il rischio più grande che sento di dover ancora correre sia quello di continuare a essere sincero, anche quando non è comodo. Espormi senza sapere se quello che sto raccontando verrà capito, accolto o respinto. A livello artistico significa non rifugiarmi in formule che funzionano, ma permettermi di cambiare, di sbagliare, di attraversare anche territori meno rassicuranti. A livello tematico vuol dire andare ancora più a fondo, parlare di parti di me che forse non sono immediatamente spendibili, ma che sento vere oggi. Essere pienamente allineato con quello che sono non significa arrivare a una versione definitiva di me stesso, ma restare in ascolto di ciò che cambia. Il rischio è proprio questo: non smettere di mettermi in discussione, anche quando sarebbe più facile restare dove mi sento al sicuro. Ma so che, se smettessi di farlo, smetterei anche di crescere.
Foto: Frank Falletta
Digital Cover: Simone Mancini, Jadeite Studio
Coordinamento redazione: Emanuele Camilli