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Prima Stanza a Destra è come un sogno elettronico che scorre leggero

È difficile inserire Prima Stanza a Destra in una scena specifica, è complicato trovare paragoni nazionali convincenti. La sua è una traiettoria più isolata, più personale

La ragazza che suonava il piano, secondo EP di Prima Stanza a Destra, è un titolo che sembra più una scena che un disco: un’immagine sospesa, quasi cinematografica, che contiene già dentro di sé l’estetica dell’intero progetto. C’è sempre questa dimensione visiva nella musica di Prima Stanza a Destra, come se ogni brano fosse pensato prima come atmosfera e poi come canzone. Rispetto ai lavori precedenti, però, qualcosa cambia. Se prima l’oscurità era un elemento strutturale – una tensione costante che rendeva i brani densi, quasi claustrofobici – qui la materia si fa più ariosa, meno inquieta. Non è un disco che mette a disagio, non è un disco che graffia. È un lavoro che scorre, compatto e coerente, ma con un’urgenza emotiva meno evidente. Le canzoni si susseguono con naturalezza, senza scossoni, senza vere fratture. E questo, se da un lato rende l’ascolto fluido e omogeneo, dall’altro ne attenua l’impatto.

La cifra stilistica resta comunque riconoscibile. L’elettronica è il linguaggio dominante: synth morbidi, riverberi profondi, beat che non cercano mai l’esplosione ma preferiscono restare in una dimensione controllata, quasi introspettiva. La voce è trattata come materia sonora, più che come centro narrativo. Non c’è mai un vero protagonismo vocale: spesso è filtrata, immersa nel mix, resa strumento tra gli strumenti. Le parole non raccontano storie lineari, ma costruiscono immagini evocative, frammenti di pensiero, sensazioni più che confessioni. In alcune trame sonore si percepisce una vicinanza alle atmosfere dilatate e sognanti di M83, il progetto guidato da Anthony Gonzalez: quella malinconia cosmica che sembra espandersi nello spazio, quella sensazione di solitudine che diventa paesaggio. Altrove emerge un’estetica più contemporanea e minimale, che può ricordare la sensibilità notturna di Artemas, soprattutto nell’uso della voce come elemento ritmico e nell’intimità filtrata che non diventa mai esplosione catartica. Ma ciò che colpisce di più è proprio questa scelta di misura. La ragazza che suonava il piano sembra un EP che evita il conflitto. Non c’è un momento realmente destabilizzante, non c’è un brano che si imponga come punto di rottura o come manifesto. Tutto è coerente, tutto è allineato a un’estetica precisa. È un lavoro che preferisce restare in equilibrio piuttosto che rischiare. E forse è qui che si annida quella sensazione di minor ispirazione rispetto al passato: manca la crepa, manca l’eccesso, manca quella scintilla che rende un progetto necessario.

Eppure, nonostante questa apparente sottrazione, Prima Stanza a Destra continua a distinguersi nel panorama italiano. È difficile inserirlo in una scena specifica, è complicato trovare paragoni nazionali convincenti. Non sembra dialogare apertamente con l’indie italiano più esposto, né con l’urban, né con il cantautorato tradizionale. La sua è una traiettoria più isolata, più personale. Se si cercano riferimenti, vengono spontanei nomi internazionali, ma restano suggestioni, non modelli diretti. In Italia, per ora, è un artista che si può paragonare soltanto a sé stesso. Forse questo EP rappresenta un momento di transizione. Un lavoro che consolida un’identità senza ancora spingerla oltre. Meno oscuro, meno urgente, meno dirompente dei precedenti, ma comunque coerente, curato, esteticamente definito. È una boccata d’aria fresca in un contesto spesso omologato, anche quando non sorprende fino in fondo. E per un progetto ancora agli inizi, la solidità può essere un valore tanto quanto l’impatto. Resta la sensazione che il vero salto debba ancora arrivare – che dietro questa stanza, forse, ci sia ancora una porta da aprire.