Interviste musica

Dentro l’Inferno di Ketama126

I demoni, per chi ci crede, non sono altro che angeli pentiti, votati al male. Alcuni di questi sono sulla terra, in mezzo a noi e, se sei fortunato, puoi incrociarli per strada o addirittura passarci una giornata assieme. Quando Ketama126 entra nel lounge bar capitolino scelto da Sony per il releasy party di Kety, in effetti, dà l’impressione di essere la reincarnazione di Satana; col suo sguardo assente e le trecce che escono dal cappello camouflage scendendo fino alle spalle. Ma questa roba, come anche il paradenti d’oro, i tatuaggi che fanno capolino da ogni dove o le luci che si spengono poco prima della sua apparizione, sono solo degli effetti pirotecnici, delle maschere insomma. Sono come la svastica sulla t-shirt di Sid Vicious o il contouring sul volto di David Bowie, per intenderci, eppure, come nel loro caso, anche addosso a Ketama stanno fottutamente bene.

Se l’Eden è il Paradiso terrestre, il Salotto42 è senza ombra di dubbio l’Inferno terreste. E come ogni Inferno che si rispetti, è open bar. Il deejay preme play sulla sua Pionner scura e piena di led intermittenti, Kety inizia a suonare. Il popolo della Lovegang si infiamma e mentre Denti d’oro (la traccia numero uno dell’album) risuona col suo possente 808 nel locale, Pretty Solero si siede sul mio calice di vino. Gli vanno dietro uno ad uno tutti gli ospiti: ci sono Gianni Bismarck, Zollo e Drone126. Alla fine anche i fan selezionati per il release party, molto più animatamente della nostra rappresentanza giornalistica, iniziano a ballare illuminati dalle lampade a luce gialla poste lungo il perimetro del locale. Sembra di essere nel video di Smells Like Teen Spirit, penso. Ketama canta tre brani inediti e si muove come un licantropo all’interno del suo metro quadrato di spazio, poi esce, mentre i ragazzi del locale riordinano poltrone, divanetti e bicchieri rotti. Inizio a googlare Nirvana Interview Nevermind perché voglio fare un gioco con lui, il diavolo. Faccio qualche copia-incolla con l’aiuto del mio collega, traduco le domande più fighe e prendo l’ultimo calice di bianco.

Recupero la giacca, che nel frattempo è finita tre poltrone più in là, ed esco per provare a conoscere meglio Ketama. Le colonne del tempio di Adriano, che sono lì all’ingresso del locale, iniziano ad riempirsi di immagini grazie ad un video mapping proiettato sul marmo. Il tempismo è ottimo tanto da sembrare quasi organizzato dalla casa discografica. Mi guardo intorno e vediamo Piero che fa una stories, ma di Ketama126, il diavolo, non c’è più traccia. Mi avvicino e gli faccio i complimenti, mi ringrazia. Gli propongo di rispondere ad alcune domande, le stesse che Flipside fece a Kurt Cobain all’uscita di Nevermind. La magia dell’internet, penso tra me e me. Piero strofina il drum (o qualsiasi cosa fosse) su due sampietrini e lo spegne, poi prende la sua birra, ed entriamo per stare un po’ tranquilli.

Bene, sei diventato un po’ più popolare dalla nostra ultima intervista. Com’è? Come hai fatto?
In realtà è stato tutto molto graduale: ho visto i miei fan crescere giorno dopo giorno e credo che ciò non sia altro che il risultato del duro lavoro fatto con Rehab (terzo album in studio ndr.). Ciò che ho scritto in Kety è proprio per loro, i miei fan. Ovviamente non c’è una formula per raggiungere il successo ma essere sinceri nella scrittura è sicuramente un buon modo per avvicinarcisi. Magari qualcuno si è ritrovato in ciò che canto, ed è così che le cose accadono, e le persone si legano.

Volevi scrivere brani più accessibili per il tuo debutto con una major?
Credo che la musica dentro Kety sia perfino più esplicita di quella contenuta nei primi due dischi. Non c’è stata censura da parte della major, piuttosto mi sono trovato io stesso ad un bivio in certi casi: per esempio la frase contro la questura (“E quando vedi la questura / Prendi la .38 e spara, ehi / E spara”, canta nel disco ndr.) sono stato sul punto di cambiarla perché la trovo esageratamente forte, ma alla fine è rimasta perché il mio mantra è scrivere sempre in primis per se stessi. Ti confesso che la mia più grande paura è stata proprio quella di cadere: spesso e volentieri il primo album in major di un artista esce male perché le dinamiche cambiano troppo improvvisamente ma io volevo essere l’eccezione che conferma la regola, quindi mi sono approcciato allo stesso modo di sempre, registrando integralmente l’album in casa. Non ho affittato uno studio per finire l’album in un mese, la genesi è stata naturale in tutto e per tutto. Quando avevo voglia scrivevo, senza pressioni, e infatti ci ho messo circa un anno.

In Spara c’è anche una frase che dice: “Peccati e poi mi pento, sono cristiano / Ho delinquenti e troie, come Gesù Cristo”. È questa la tua opinione sulle persone a cui è stato fatto il lavaggio del cervello dalla religione?
Sono credente, a mio modo. Mi sento più cattolico che cristiano. Mi piace moltissimo leggere il Vangelo e tutti i passi più moderni. Ho fatto un percorso canonico fin da bambino, attraverso tutti gli step che la cristianità prevede ma ho capito col tempo che è la componente morale quella che amo di più. Infatti, pur non essendo praticante, mi ritengo un vero cattolico.

Jeans strappati ha un sound molto alla Lil Peep, è intenzionale?
Quella canzone è venuta fuori in modo molto particolare: è stato il primo brano a nascere e si costruisce attorno a quel riff insistente di chitarra che avevo ascoltato su YouTube. Si trattava del type beat di un ragazzo col quale ho parlato solo per email. Aveva scritto questo giro e lo aveva pubblicato con un titolo del tipo Ketama126 Type Beat. Lo ringrazio molto per averlo fatto e sono felice che sia poi diventato la colonna portante del brano. Lui mi ha mandato le chitarre e io ho costruito il resto. Nel finale c’è anche il sax, che ha suonato mio padre. Per quanto riguarda Fibra, noi ci conoscevamo perché prima che uscisse Rehab mi aveva fatto i complimenti per la mia musica. Quando poi abbiamo fatto questo pezzo siamo diventati ancora più affiatati, lo considero un amico e infatti ci vediamo spesso. È stato bellissimo aver fatto un pezzo assieme.

Come vivi il fatto di crescere e diventare adulto?
Non mi accorgo di crescere. Forse la musica nasce dal desiderio di rimanere sempre nella mia bolla, fregandomene di ciò che si invecchia là fuori. Non riuscirei mai, per esempio, a fare un lavoro di quelli classici, da ufficio, perché il mondo degli adulti mi ha sempre un po’ messo paura. Cantare mi aiuta a coltivare fino in fondo i miei sogni, quelli che nascono quando sei un bambino.

I media sono il tuo peggior nemico quando sei sotto i riflettori. Sembrano in ogni angolo. Qualsiasi mossa tu faccia sembrano dire: “Questo è un drogato”.
Io non ho un rapporto di odio verso la stampa. Mio padre è un giornalista di La7 e, anche per questo, riesco a capire quelle dinamiche della professione che possono infastidire. È capitato di schierarmi duramente contro la categoria, per esempio quando su Instagram mi sono arrabbiato per i mancati articoli sull’uscita di Cos’è l’amore, non per il fatto che fosse un mio brano, ma perché contiene del materiale inedito e postumo di uno dei più grandi artisti della musica italiana, ovvero Franco Califano. Tolto qualche caso isolato, comunque, la mia non è mai una critica alla classe giornalisti ma alla persona.

Ho notato in altre interviste che mostri sempre il tuo supporto ai Black Sabbath o ai Nirvana, immagino siano stati tra le prime band che ti hanno influenzato.
Il primissimo approccio con la musica è arrivato grazie a mio padre, che è un mega fan del jazz. In casa c’era sempre e solo del buon jazz. Poi verso i dodici, tredici anni le cose cambiano: inizi a fare un percorso personale di scoperta e, come accadeva alla maggior parte dei ragazzi della mia generazione, si finiva per ascoltare le band che hai citato tu. Oltre al grunge dei Nirvana e al rock dei Black Sabbath c’erano anche i Led Zeppelin, i Red Hot Chili Peppers e molti altri. Era un gran momento per approcciarsi alla musica anche solo come ascoltatore, purtroppo oggi gli adolescenti non ascoltano più certa musica ed è un peccato. Spero che il mio lavoro li aiuti a sviluppare curiosità verso quel panorama.

In Kety infatti sento ancora più forte il legame tra il grunge dove le chitarre la fanno da padrone, ed il jazz, il cui il sax ha un ruolo centrale.
Sì, esatto. Questo si ricollega al discorso che abbiamo fatto prima: la musica, e in particolare in questo caso certi strumenti, mi aiutano a mantenere vividi i ricordi di quando ero bambino.

Sarebbe bello se tu scrivessi una canzone insieme a Loredana Bertè. Riesci a immaginarlo?
Farei molto volentieri un featuring con Loredana Bertè, anche perché tra i pezzi di Sanremo è sicuramente quello che mi è piaciuto di più. E poi devo dirtelo: l’ho vista veramente in forma e carica sul palco.

Cosa pensi di Achille Lauro e di Boss Dooms? Odio metterli nella categoria trap perché quando è uscito il loro ultimo album ho pensato che fossero una sorta di rockers del 2019.
Onestamente non trovo analogie tra la mia roba e la loro. Hanno esplorato molti generi già esistenti e hanno fatto dei crossover interessanti: sono passati dalla samba-trap al rock & roll. In certi punti 1969 mi ha ricordato Franz Ferdinand. Il mio intento invece è quello di provare a fare cose mai ascoltate prima.

E in parte ha ragione, perché non riesco a trovare un suo competitor o quantomeno un’alternativa a Ketama126, neanche facendo mente locale. O meglio, in Italia, perché, per stessa ammissione di Piero, in America c’è qualcosa del genere: uno su tutti lo scomparso Lil Peep, che immagino sia stato una fonte di ispirazione cristallina per la musica post Oh, Madonna (il suo secondo album in studio). Quando ci salutiamo, Roma è ancora piena di luci e di persone. Ragazzi colorati, dai capelli alle sneakers ondeggiano fieri in tondo nella piazza come lucciole, le lucciole di Ketama. Altro che generazione grigia e depressa, mi vien da dire. La notte è uno spazio bellissimo in cui fare festa e Piero, con ancora indosso il suo costume, ce la mette tutta per renderla speciale non solo a se stesso ma a tutti i presenti. Uno alla volta parla con tutti, gli dà una pacca sulla spalla, ci fa una risata, ci scherza. Come il Joker di Phoenix, Piero si confonde nel suo popolo. Sono tutti vestiti da Ketama126. Nessuno sa quanto durerà questo giro di giostra, questo gioco del rock & roll, quindi tanto vale far festa.

Ketama126 sarà in tour nel 2020 nei principali club italiani, biglietti già disponibili in prevendita su Ticketone.it.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.