Search Menu
Search

Tame Impala non è più quello che vuoi tu, e va bene così

“Deadbeat” non è il capitolo più immediato, né il più pop, nemmeno il più amato di Tame Impala. Ma forse uno dei più sinceri. Uno di quelli che suona per dire onestamente dove si è arrivati oggi

Ci sono artisti che cambiano per inseguire il tempo, e ce ne sono altri che cambiano perché rimanere uguali sarebbe tradire se stessi. Kevin Parker appartiene alla seconda categoria. Parlare oggi di Deadbeat, la nuova uscita del 2025 e quinto album in studio di Tame Impala dopo Innerspeaker, Lonerism, Currents e The Slow Rush, significa guardare una carriera che non ha mai accettato l’idea di ripetersi. Ogni disco è stato un tassello di un percorso evolutivo in cui la psichedelia non è un genere, ma un linguaggio, un mezzo, una matrice da cui partire per arrivare altrove. Se i primi due lavori erano un sogno dentro il fuzz, un rock psichedelico che recuperava tape saturated, chitarre modulate, batterie registrate con l’ingenuità e la bellezza di chi pensa che bastino un paio di microfoni e una stanza vissuta per fare un disco, con Currents Parker ha ribaltato il tavolo. All’improvviso la psichedelia diventava pop elettronico, synth elastici, ritmiche asciutte, groove scolpiti. Con The Slow Rush la ricerca continuava, spingendo verso una dimensione più dance, più nitida ma sempre piena di quella luce anni Settanta che, anche quando il suono si fa futurista, rimane nel DNA di Parker come una fotografia ingiallita dentro il portafogli.

Deadbeat è il passo successivo, ed è forse quello più coraggioso. Non perché il disco sia rivoluzionario nel panorama musicale contemporaneo – Parker non gioca mai a fare il rivoluzionario – ma perché rivoluziona il suo stesso lessico. Questo è un album profondamente elettronico, probabilmente il più “da macchina” della loro discografia. E questa scelta sarà inevitabilmente divisiva. Da una parte ci sarà chi apprezzerà la freddezza controllata delle drum machine, le casse dritte, le sequenze che pulsano e respirano come un motore immerso nell’acido. Dall’altra chi ha conosciuto Tame Impala attraverso chitarre flangerate e batterie con l’ambiente della stanza dentro ogni colpo sentirà mancare qualcosa, come se un pezzo della fotografia si fosse staccato. Ma la verità è che nulla si è perso. Si è trasformato. La psichedelia non è scomparsa: ha solo cambiato prospettiva, ha spostato il suo baricentro. Se prima era nelle chitarre distese, nel chorus liquido, nelle lunghe code strumentali, adesso vive nei synth che modulano lentamente, nelle linee di basso sequenziate, nei panorami costruiti come spazi digitali pieni di aria artificiale ma con emozioni molto reali. L’ipnosi c’è ancora, il viaggio pure, solo che invece di essere una jam psichedelica è diventato una macchina luminosa che scorre su un binario infinito.

Quello che più sorprende è la compattezza dell’ascolto. Deadbeat non cerca il singolo, non cerca la hit, non cerca quel brano da playlist che spicca e si fa ricordare. Parker ha costruito un album che vive come un unico flusso di cinquantasei minuti, in cui i brani sono capitoli, passaggi, incastri. Alcuni sembrano quasi tracce di raccordo, ponti tra due idee più grandi. E questo è sia un limite che un enorme punto di forza. Perché se ascolti una canzone sola, fuori dal contesto, l’effetto si spegne. Ma se ti siedi, premi play e lasci scorrere, Deadbeat diventa un unico viaggio psichedelico elettronico in cui ogni passaggio ha senso solo insieme al resto. La voce di Parker spesso non è protagonista, ma uno strato dentro il paesaggio sonoro. Viene filtrata, scomposta, trattata come un synth aggiunto al mix più che come l’elemento narrativo centrale. Non ti racconta la psichedelia: te la fa sentire. In questo album il corpo delle canzoni è costruito più su sensazioni che su strutture, più su ambienti che su arrangiamenti. Sembra quasi che Parker sia arrivato al punto della sua carriera in cui l’emozione non ha più bisogno di una forma convenzionale per esistere, e questo conferisce al disco una libertà rara.

L’altra costante è la coerenza con il percorso artistico. Se ascolti la discografia in ordine, ti accorgi che Deadbeat non nasce dal nulla. È il risultato naturale di un sentiero iniziato quindici anni fa con Innerspeaker, un disco fatto di strumenti registrati in una stanza calda, che nel tempo si è spostato, disco dopo disco, verso un suono sempre più sintetico, sempre più controllato, sempre più costruito nella testa prima ancora che nelle mani. Non è un cambio improvviso: è la punta di una traiettoria. Certo, c’è chi rimpiangerà Tame Impala “da band”. Ma al netto della nostalgia, la cosa più importante è questa: Deadbeat ha una visione. Non cerca il consenso, non si preoccupa di piacere a tutti, non si mette a telefonare ai fan per farsi perdonare. È un disco che dice: questo sono oggi. Che poi è l’unica cosa sensata che Parker abbia mai fatto. Non il capitolo più immediato, né il più pop, forse nemmeno il più amato. Ma uno dei più sinceri. Uno di quelli che non suona per essere ricordato domani, ma per dire onestamente dove si è arrivati oggi. E dopo una discografia come la sua, non è poco.