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“Days of Ash” è il ritorno debole ma necessario degli U2

Cosa succede quando una band leggendaria perde il proprio suono ma ritrova l’urgenza morale? “Days of Ash” è un lavoro fragile. Eppure nelle sue crepe si insinua una verità politica e umana che gli U2 non esprimevano da troppo tempo

In quasi tutte le commedie romantiche hollywoodiane c’è un punto – che di norma anticipa il finale, in cui tutto si riconcilia (oppure no) – in cui emerge una crisi di coppia. In quel preciso momento, implicitamente o esplicitamente, ci arriva addosso la frase “come siamo arrivati qui?”, che sottintende il fatto che le cose siano cambiate a tal punto da rendere il passato impossibile da concepire in una qualche connessione col presente. È un po’ quel che si potrebbe pensare quando si ascolta per la prima volta Days of Ash, l’ultima fatica discografica degli U2. Questo perché del sound che ha reso Bono e soci la più grande band irlandese della sua generazione non v’è più traccia. Ci sono certamente tutta una serie di risonanze con quel che abbiamo visto pubblicare negli ultimi anni, ma se possibile con ancor meno componente sperimentale. Stiamo parlando di un EP che contiene cinque brani inediti e una poesia recitata, ma che porta con sé tutta una serie di attività parallele: come l’edizione speciale di Propoganda – il magazine della band, oltre che un cortometraggio documentaristico che il prossimo 24 febbraio uscirà a corredo del brano Yours Eternally, in cui compaiono Taras Topolia e Ed Sheeran. Questo succederà proprio in una giornata che ha ben poco da celebrare (ossia il ricorrere dei quattro anni dall’invasione russa in Ucraina).

È soltanto il primo elemento che mi porta a riflettere su quanto la pochezza sonora, armonica, melodica e in parte esecutiva di questo EP, non sia sufficiente a condannarlo in modo definitivo e manicheo. Perché se c’è qualcosa che gli U2 non hanno mai smesso di indagare, seppur ovviamente in percentuali diverse da disco a disco, è la componente politica. E se per certi versi è spesso abbastanza ipocrita la retorica paternalistica di alcuni brani politicizzati della band, le liriche di questi “giorni di polvere” trasudano invece qualcosa di autentico e viscerale come non accadeva dagli esordi. Non troverete la nuova Sunday Bloody Sunday in questo lavoro, ma sicuramente non potrete ignorare la carica emotiva che abita tra le righe di questi brani. C’è un pezzo che si chiama American Obituary e parla di Renée Nicole Macklin Good, donna uccisa lo scorso sei gennaio in Minnesota durante una protesta pacifica. E c’è The Tears of Things, titolo che peraltro è ispirato da quello di un libro del frate francescano Richard Rohr. Ci sono una coppia di tributi a Sarina Esmailzadeh e Awdah Hathaleen, rispettivamente una sedicenne studentessa iraniana e un uomo palestinese. Insomma, una raccolta di storie che fanno riflettere sulle condizioni in cui versa l’umanità. Quel che manca, purtroppo, è un sound coeso e solido, che rende Days of Ash più una occasione persa. Forse il contesto di indagine artistica avrebbe richiesto una veste più intima, cosa che gli U2 hanno ampiamente dimostrato di saper fare in modo eccellente nel corso della loro carriera (penso al sapore di Rattle and Hum, ad esempio).

La natura dei temi avrebbe potuto anche prevedere un impianto sonoro più epico, come quello dei primi due capitoli della trilogia berlinese, ossia The Unforgettable Fire e The Joshua Tree in cui chitarre infinite e pad leggeri avrebbero valorizzato parole e concetti. Ma la mia lunga trafila di condizionali non ha senso d’esistere, perché quel che è fatto è fatto. Tra chitarre distorte ma terribilmente rotonde, acuti e momenti baritonali che non incidono mai fino in fondo, quel che resta è qualche traccia di vaga sperimentazione sulla voce di Bono (tra delay, sovraincisioni e trattamenti megafonici, particolarmente azzeccati) ma soprattutto il tappeto ambient che fa da sfondo alla poesia recitata in Wildpeace. Assurdo da credere ma è certamente il momento musicale più interessante in assoluto. Ad ogni modo i quattro di Dublino ci tengono a precisare che questo progetto non ha nulla a che fare con l’album che uscirà a fine anno, ma che questi brani intrisi di dolore trovano il loro giusto spazio in questo specifico momento. Tra i virgolettati dei membri si fa proprio riferimento alla corretta collocazione temporale di questo compendio in sei atti, che si pone l’obiettivo di cristallizzare la condizione di incertezza che avvolge la contemporaneità.