«Mio fratello ha pagato un volo in più, parte il giorno successivo rispetto a quanto previsto». «Come mai? Sono un sacco di soldi per una sola giornata». «Eh lo so, ma hanno appena annunciato i Kneecap quella sera, quindi il resto non conta: vuole andare a cantare e a protestare con loro». Fu in quel momento che capii l’impatto che stavano avendo i Kneecap, tanto nel mondo musicale quanto nel risveglio di una coscienza politica globale. La parola “fenian” deriva dai Fianna, i guerrieri mitologici irlandesi, e venne adottata nell’Ottocento dalle organizzazioni repubblicane indipendentiste che fondarono la Fratellanza Feniana. In seguito fu trasformata in insulto e in epiteto dispregiativo, scagliato dai lealisti alla Corona contro i cattolici irlandesi. I Kneecap prendono quella parola, se ne riappropriano, la rivendicano con orgoglio, la svuotano di ogni potere offensivo e le restituiscono il suo significato originario in un album che prende proprio questo titolo. Il disco si apre con Éire go Deo (“Irlanda per sempre”), ricco di campionamenti vocali di persone che dialogano in questa lingua dalle radici antiche, prima di partire con Smugglers & Scholars, carico di beat industriali (si sente un sample di Where’s Your Head At dei Basement Jaxx). Il titolo si rifà alle scuole cattoliche clandestine dove si insegnavano latino, matematica e irlandese in barba alle leggi della Corona, e i maestri erano letteralmente scholars che operavano come smugglers di sapere, in un contesto in cui la differenza fra ciò che era permesso e ciò che era giusto era tutt’altro che sfumata.
E del resto i Kneecap non si sono mai posti il problema di cantare, urlare e dichiarare ciò che ritenevano giusto, finendo più volte nel mirino della giustizia e ribaltando il tavolo prendendosi gioco dei loro accusatori in Carnival, pezzo trip-hop carico di ironia in cui i paralleli con Circotribunale degli omologhi italianiP38 si sprecano. E continuando a parlare di ciò che è giusto, il brano Palestine con Fawzi è il manifesto della loro lotta al fianco del popolo palestinese. Fawzi è un rapper di Ramallah, parte del collettivo BLTNM, l’etichetta indipendente che ha portato l’hip-hop palestinese sulla mappa internazionale grazie alla copertura di Boiler Room (ormai in mano a Superstruct). Sul beat del brano illustra all’ascoltatore uno scenario ribaltato, in cui si compie un apartheid al contrario: una Parigi murata, i checkpoint ad Amsterdam. E se tutto questo vi fa venire i brividi, perché non avete la stessa reazione rispetto a ciò che sta accadendo davvero? Il disco prosegue come uno schiacciasassi tra il punk-rave politico di Liar’s Tale, il jungle-rap di Headcase, fino ad arrivare alla coppia di brani in chiusura, Cocaine Hill e Irish Goodbye, che chiudono il cerchio e riportano la band alla loro Belfast, territorio che i Kneecap considerano occupato (come spiegato perfettamente nella precedente Occupied 6).
In Cocaine Hill si assiste ancora una volta a un rovesciamento di prospettiva: tutto l’edonismo decantato dalla band viene ribaltato per mostrare una Belfast piena di traumi generazionali ancora da elaborare e di problemi di dipendenza diffusi su tutte le sue colline (le hills, appunto), dove chitarre psichedeliche si mescolano a un trip-hop scurissimo e il beat è scandito dal rumore di quella che sembra una stampante, o uno strumento da reparto ospedaliero. E di ospedali si parla anche in Irish Goodbye, dove Móglaí Bap racconta il suo rapporto con le unità di crisi per la salute mentale e dedica il pezzo alla madre scomparsa. Il brano si fregia inoltre di un contributo vocale di Kae Tempest, che trasforma la traccia di chiusura nel momento più toccante e commovente dell’intero disco. La produzione di Dan Carey, già al lavoro con Fontaines D.C., Wet Leg e Kae Tempest, è la chiave che ha permesso ai Kneecap di uscire dai confini dell’hip-hop e di allargare il proprio vocabolario sonoro alla psichedelia, al trip-hop e all’elettronica più aggressiva. Ma l’evoluzione musicale è solo la cornice di una crescita più profonda: i Kneecap hanno incassato tutti i colpi ricevuti, combattendo le loro battaglie – politiche e personali – e ne sono usciti con le idee ancora più chiare. Continuano a fare musica per dire ciò che ritengono giusto, per ricordare a chi ascolta che, nel combattere per ciò in cui crede, non è solo: là fuori c’è qualcuno con lo stesso spirito. Dopo un esordio fulminante, Fenian li consacra come esempio di cosa significhi davvero resistere.