dark mode light mode Search Menu
Search

I Red Hot Chili Peppers sono ancora in grado di farci emozionare

Pochi gruppi rappresentano nell’immaginario collettivo una specie di comfort zone della musica come i Red Hot Chili Peppers: possono piacere o meno, resta il fatto che tutti – dal nostalgico rocker sessantenne al ragazzino trapper di terza media – li conoscono, nel bene o nel male. Nel bene perché la me seienne aveva chiesto per Natale Californication, nel male perché crescendo ho iniziato a trovarli irritanti, ma nonostante questo i loro brani continuano a ronzarmi in testa. Insomma, i Red Hot Chili Peppers sono una certezza, quel gruppo su cui sai di poter contare, un po’ come fossero una parte della tua famiglia, quei cugini che vedi solamente a Natale e Pasqua ma a cui vuoi bene – oppure no. E che dire del ritorno di John Frusciante? Una comfort zone che si fa ancora più comfort: ci siamo risvegliati tutti e ci siamo subito immaginati un ritorno ai tempi d’oro del gruppo, “ora si torna a fare sul serio” avranno pensato in molti. Ma tutto questo hype è stato presto ucciso dalla pandemia che ha comportato il rinvio del tour e l’uscita del disco.

Metteteci pure che gli ultimi due album sono stati parecchio sottotono (giusto The Getaway conteneva qualche pezzo interessante, Goodbye Angels su tutti), ecco, la voglia di sentire nuova musica, mista ad una speranza travestita da timore, era veramente tanta. Ma se ci sono gruppi storici che nonostante siano arrivati al capolinea e non abbiano più niente da dire continuano a produrre musica, dopo l’ascolto di Unlimited Love possiamo dire che i Red Hot Chili Peppers non rientrano tra questi. Diciamocelo, con gli ultimi due album la band californiana sembrava essersi persa del tutto, ma quei lavori oggi suonano come una sorta di passaggio necessario. Un passaggio che è servito a crescere, reinventarsi e a tornare ad essere quelli di prima, solo più maturi e consapevoli. Black Summer, ad esempio, è stata accolta bene anche da chi era più dubbioso. Certo, è stata una scelta furba, una sorta di specchietto per le allodole, perché a conti fatti Unlimited Love si dissocia quasi completamente dal rock duro del primo singolo. Ad un primo ascolto, infatti, può sembrare quasi che i brani scorrano uno dopo l’altro con il freno a mano tirato, in realtà però tutto funziona bene proprio perché ha il giusto equilibrio. Non stiamo parlando un capolavoro, non c’è il pezzone clamoroso e diversi brani rimangono anonimi, ma ascoltando Unlimited Love si riesce proprio a percepire il cambio di rotta, ovvero quella che va nella direzione giusta.

In Unlimited Love Flea è il vero protagonista, con le linee di basso che restituiscono la giusta caratterizzazione ad ogni brano, Frusciante costruisce con facilità il giusto arrangiamento, usando pochi accordi ma utilizzandoli bene, Kiedis è sempre lo stesso, ma non esagera, ci ricorda il passato e si presta molto bene al nuovo presente, mentre Smith rimane più in secondo piano senza “esplodere” mai, ma in Here Ever After dà il meglio di se. Insomma, in questo nuovo capitolo discografico non c’è niente di esagerato: la band californiana ha saputo bene fin dove spingersi per realizzare un album che racchiudesse il risultato di anni di sperimentazioni, per poi tornare sui loro passi come a dire “siamo sempre i Red Hot Chili Peppers di una volta, ma non siamo più dei ragazzini”. D’altronde per ritrovare se stessi bisogna perdersi, ed è forse proprio per questo che i Red Hot Chili Peppers, dopo anni di smarrimento, hanno ritrovato la giusta via.