I My Chemical Romance sono una di quelle band che, pur avendo pubblicato solamente quattro album, possono essere considerate tra quelle che hanno sbagliato pochissimo nella propria carriera. Ma la vera gemma dell’intera discografia è il loro terzo lavoro, come a voler rispettare la regola del terzo album, che è stato croce e delizia per moltissime band nel corso della loro carriera. The Black Parade, questo il titolo dell’album, è ora considerato uno dei capisaldi della musica rock di questo secolo e viene accostato da molti a un mostro sacro come The Wall dei Pink Floyd, al punto da essere considerato il suo erede naturale di questa epoca. Eppure, al tempo, non ne fu compresa la carica dirompente né la complessità compositiva. Un destino che lo accomuna ad altri capolavori incisi da band dello stesso genere, inteso in senso molto più ampio: il punk rock. L’esempio più eclatante è quello di The Shape of Punk to Come, il capolavoro indiscusso dei Refused e considerato a posteriori uno dei dischi più influenti del genere; eppure, all’epoca, passò letteralmente sottogamba, e un tour fallimentare portò allo scioglimento improvviso della band svedese dopo meno di dieci date.
The Black Parade non ha vissuto lo stesso tragico percorso dell’album della band scandinava, anzi. Il tour godette di un buon successo e le vendite furono sin da subito soddisfacenti (nel Regno Unito arrivò secondo dietro a Rudebox di Robbie Williams, ancora nel suo prime). Il problema è che per coglierne appieno la portata e l’influenza si sono dovuti aspettare diversi anni, e il motivo era riconducibile principalmente al filone musicale di cui i My Chemical Romance facevano parte. Per tagliare la testa al toro, i fan dei My Chemical Romance lo incensarono sin da subito, ma – salvo alcune eccezioni non trascurabili – non avevano gli strumenti culturali per coglierne appieno le influenze e l’impatto. Chi invece aveva questi strumenti, ovvero le persone che avevano vissuto gli anni Settanta e Ottanta, lo snobbò in quanto “pubblicato da una band emo”. The Black Parade, non nascondiamocelo, era già un discone all’epoca, e le similitudini con un modo âgé di suonare il rock con una chiave moderna come quella dell’emo si nascondevano tra le pieghe dei suoi brani. Un concept che, sotto certi aspetti, sembra voler ricalcare le orme dell’opera già citata della band inglese. Non è però il racconto della vita dell’alter ego artistico di Waters, bensì la narrazione – in chiave più alta – dell’ultimo momento di vita di The Patient, ripercorrendone prima del decesso i ricordi del passato, il rapporto con la madre e la descrizione dei pensieri che lo attraversano poco prima della morte. Un tema complesso, pesante, che la band è riuscita ad affrontare con il giusto mix di sarcasmo, tragedia e quell’amara felicità nella già citata Dead!. Il recente tour mondiale per celebrarne il ventennale, passato anche in Europa tra gli stadi del Regno Unito e gli open air di Firenze e Madrid, ha ottenuto e sta collezionando sold out in Americhe, Asia, Oceania e Vecchio Continente, a conferma del valore – a posteriori – riconosciuto dal pubblico a questo lavoro. Ma chi si aspettava di rivedere una riproposizione del tour del 2007, immortalato in un live a Città del Messico, si è trovato di fronte a una sorpresa.
Quello che si sta vedendo in queste settimane – e che personalmente ho visto a Madrid sabato 18 luglio – non racconta più gli ultimi momenti della vita di The Patient, ma costruisce una nuova narrazione attorno al fittizio stato dittatoriale di Draag, guidato da un Grand Immortal Dictator. I My Chemical Romance – e più precisamente il talento autoriale del loro frontman, Gerard Way (a lui si deve il fumetto The Umbrella Academy) – hanno utilizzato l’anniversario del loro album più famoso per fare una riflessione e una satira sui poteri dittatoriali. Lo stratagemma è quello di creare un alter ego della band, chiamato – non a caso – Black Parade, come strumento di propaganda per distrarre il popolo. La propaganda viene diffusa nel corso della riproposizione dei vari brani utilizzando gli strumenti più noti: dai costumi di scena standardizzati alla creazione di un inno nazionale, passando per un piedistallo sul quale viene cantata Welcome to the Black Parade e i numerosi messaggi del Grand Immortal Dictator, che se proposti nel 2006 potevano apparire caricaturali, ma che oggi risuonano come terribilmente reali. Tra espedienti narrativi e distopia che in alcuni punti si trasforma in cruda attualità, l’esibizione si caratterizza per delle piccole sfumature che variano da show a show, come ad esempio il segmento finale di Blood, o nel riarrangiamento di molti dei brani più noti, come Mama – rivista in una chiave più tragica – o Welcome to the Black Parade e In the End, che vengono riprese nel finale di Famous Last Words. La scelta di creare un concept ex novo per celebrare il ventennale di The Black Parade porta anche una forte teatralità nelle interpretazioni, con la presenza di un ampio cast di supporto e un palco all’altezza delle grandi occasioni: enormi ledwall, fiamme sincronizzate, effetti pirotecnici e un occhio che ricorda l’inquietante HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio. Una teatralità che emerge anche nel finale, che si chiude in modo appariscente con un’esplosione che vuole simboleggiare la chiusura del primo set.
Anche se la parte teatrale è quella sulla quale è incentrato il concerto, la band dedica ampio spazio a un set su un palco secondario, dove riprendono brani tratti dagli altri lavori. Oltre alle note Helena, I’m Not OK (I Promise) e Na Na Na (Na Na Na Na Na Na Na Na Na), presenti in quasi tutte le scalette, la band nella capitale iberica pesca alcune chicche come Sing, The Foundation of Decay o una ricercatissima b-side come Zero Percent, tratta dalle sessioni di Danger Days e dalla quale è stato estratto un video pubblicato pochi giorni fa su YouTube. Il tour che i My Chemical Romance stanno portando in giro per il mondo in questi mesi sta ottenendo un consenso unanime, e secondo parte della stampa specializzata è considerato uno dei più importanti degli ultimi anni. L’ambizione con cui sono costruiti i concerti di questo tour celebrativo di The Black Parade dà l’impressione che questa fosse la visione che la band aveva sin dall’inizio. E se all’epoca questa visione poteva apparire utopistica, nel 2026 sembra voler ricordare al pubblico il forte rischio del ritorno di un periodo nero e liberticida che sembrava dimenticato.