I Geese sono la band più discussa nel panorama rock dall’uscita di Getting Killed (che ha compiuto un anno da pochi giorni), e l’hype ha generato ondate di adulatori assoluti – impossibile non pensare al delirio del concerto sotto la pioggia al Primavera Sound e alla fila chilometrica per ascoltare Cameron Winter da solo al piano all’Auditori del festival catalano – e ondate di detrattori che vedono la truffa del rock mainstream in ogni band con più di mille ascoltatori. La formula live voce e piano poteva essere allora la prova definitiva. O Winter vale davvero tutto quello che si dice di lui, o la psyop ci ha bruciati tutti. Quella sera di dicembre 2025, alla Carnegie Hall, a riprenderlo c’era Paul Thomas Anderson – uno sul cui valore artistico non ci sono dubbi – che di quel concerto ha fatto un film. Il disco, però, è la stessa serata senza le immagini, senza macchina da presa e senza un regista a garantire per lui. Restano un uomo e un pianoforte, ed è lì che la prova si fa sul serio. Nei suoi live solisti Winter ha sempre un atteggiamento riservato, schivo, quasi imbarazzato e fra un brano e l’altro sembra voler scappare per far finire l’esibizione il prima possibile. Meno male che fra le pause ci sono le canzoni, perché quando le mani arrivano sui tasti e la voce inizia a riempire la sala l’imbarazzo svanisce di colpo.
Ridotte all’osso, le canzoni assumono una forma ancora più cupa e i testi, già criptici in partenza, diventano vere e proprie confessioni isteriche, modulate dal tocco delle dita sullo strumento, ora un accompagnamento delicato, ora fucilate di tensione seguite da secondi di silenzio. Prendete ad esempio Drinking Age, che già su Heavy Metal era suonata voce e piano, qui le note gravi diventano cannonate che fanno salire la tensione del brano, affiancate da tremoli acuti, quasi spaventati, prima dell’apertura sul ritornello, che sembra un tuffo nella disperazione. È da qui che si nota la grande sensibilità di Winter come performer, oltre che come autore. Ha la capacità di catturare l’attenzione a ogni singola nota, di usare scale semplici e note sospese che ti tengono sempre sul chi vive, prima di lanciarti di nuovo nei suoi tormenti, cantati con quella voce unica, estremamente versatile. Love Takes Miles qui appare più dolorosa senza le chitarre. Si sentono le dita pesanti sui tasti e, da canzone sull’impegno che serve per trovare l’amore, diventa quasi un brano di condanna e accettazione. Nina + Field of Cops, spogliata degli echi della registrazione su Heavy Metal, assume toni ancora più frenetici e instabili. In scaletta ci sono anche brani mai pubblicati in studio, come Emperor XIII in Shades, e viene da chiedersi se esista già una loro controparte con una produzione più elaborata.

Il finale è affidato ai due pezzi dell’EP Singles, Take It With You e Vines, due fra le canzoni sulla fine dell’amore più sincere mai scritte da un essere umano, crudeli e asciutte ancora di più in questa veste essenziale. Questa esibizione certifica definitivamente il valore di Cameron Winter. Da un lato come cantore disordinato, isterico, profondissimo e quasi involontario di una generazione che da pochi anni ha messo il naso fuori di casa, ma sa già perfettamente che niente di quello che accade va bene, dalle relazioni umane inesistenti a una società indifferente al futuro dei propri giovani. Dall’altro come interprete che, con una strumentazione minimale, fa arrivare tutta questa tensione in faccia all’ascoltatore attraverso il tocco più o meno intenso di un tasto o un’intonazione ruvida e flessibile. Non sappiamo ancora se fra quarant’anni verrà ricordato nell’olimpo dei grandi, ma la sua crescita artistica ce l’abbiamo davanti adesso e non ha senso perdersela, perché ascoltare l’evoluzione di un talento purissimo è la cosa migliore che ci possa capitare nella musica di oggi.