Con la cinematografia dedicata al capolavoro letterario di Bram Stoker ci eravamo salutati, a gennaio, con l’uscita dello splendido eppure estremamente discusso Nosferatu di Robert Eggers. Appena dieci mesi più tardi, ecco arrivare un nuovo racconto dedicato al Conte più famoso di tutti. Questa volta è un veterano del cinema a portare sul grande schermo la sua personale visione del romanzo di Stoker: il francese Luc Besson con Dracula: A Love Tale. Nei panni del Conte Dracula ritroviamo Caleb Landry Jones, che consolida il sodalizio artistico con Besson già avviato con Dogman. Besson concentra il cuore della storia sulla love story fra il principe Vlad e Elisabetta. Siamo nel 1480, in Transilvania: durante una battaglia, il principe Vlad di Valacchia vede morire fra le sue braccia l’amata Elisabetta. Rinnegando Dio per il dolore subito, eredita una maledizione eterna che lo trasforma in vampiro. L’influenza estetica del Dracula di Francis Ford Coppola del 1992 è evidente: Besson attinge a piene mani da quel capolavoro per costruire un universo cinematografico ricco di passioni e suggestioni.
Passano quattro secoli e ci ritroviamo a Parigi. Grazie a un montaggio alternato, facciamo la conoscenza del “prete” interpretato da Christoph Waltz. È la prima volta che la Chiesa entra così direttamente nel mondo di Dracula, in un contesto che ha fatto discutere per alcune scene giudicate blasfeme e provocatorie. Il prete viene chiamato quando una giovane donna, Maria (Matilde De Angelis), mostra segni inquietanti: pallida, febbricitante, quasi posseduta. Allo stesso tempo, in Transilvania, al castello del Conte arriva il giovane Jonathan Harker, incaricato di trattare alcuni affari immobiliari. Qui Besson dà spazio alla fantasia, affiancando al Conte una serie di servitori sotto forma di gargoyle, in un richiamo all’architettura gotica e all’atmosfera sovrannaturale del film. Prima di condannare Jonathan a morte certa, il Conte si apre e racconta i suoi secolari viaggi alla ricerca dell’amata perduta. La sua malinconia lascia spazio alla speranza quando scopre che Elisabetta si è reincarnata in Mina, futura sposa di Jonathan, interpretata da Zöe Bleu. In questa sua ultima fatica, Luc Besson mette in campo tutto il meglio e il peggio del suo cinema: un film dal ritmo incalzante, ricco di scene d’azione appassionanti, con un comparto tecnico mirabile – dalla fotografia al make-up, dagli effetti visivi fino alla splendida colonna sonora di Danny Elfman – ma che a tratti appare squilibrato, eccessivamente recitato sopra le righe, alternando sequenze mozzafiato ad altre quasi ridicole.

Non mancano le citazioni: oltre all’omaggio al Dracula di Coppola, troviamo riferimenti a L’inquilino del terzo piano di Polanski, in una delirante scena in flashback in cui Vlad, disperato per la scomparsa di Elisabetta, si lancia ripetutamente da una finestra. C’è anche un chiaro richiamo all’opera maledetta di Ken Russell, I Diavoli, quando un gruppo di suore cade in una sorta di possessione al cospetto del Conte. Una scena criticatissima, che alcune testate hanno definito blasfema o addirittura “sacrilegio visivo”, ma che evidenzia l’intento di Besson: suggerire la corruzione della fede quando amore e desiderio diventano assoluti, in una sequenza di grande impatto estetico. Tra bellezza e brutture, il regista di Léon firma un omaggio sincero alla leggendaria opera di Bram Stoker. Dracula: A Love Tale è un film che si può amare o detestare, ma non ignorare: un’esperienza che dividerà, ma che merita di essere vissuta sul grande schermo.