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Benefits, ovvero usare la voce come atto politico

Rumore come resistenza, voce come arma. Tra distopia, gentilezza e “Constant Noise”, Kingsley Hall dei Benefits ci ricorda perché urlare insieme è ancora necessario

La voce e il rumore sono armi più potenti di quanto immaginiamo, e anche il più piccolo gesto di gentilezza può accendere una miccia contro un mondo sempre più soffocato dal nazionalismo e dall’avidità. I Benefits arrivano da Middlesbrough e, in occasione del loro tour italiano, abbiamo raggiunto Kingsley Hall per parlare di futuro e distopia, ma anche di Francesco Totti, Barbero, Ravanelli e limoncello. Kingsley si presenta con la tuta della Nazionale Italiana e mi mostra subito il suo vocabolario inglese-italiano. Mi dice che sta studiando molto per il tour e che non vede l’ora di tornare in Italia. La musica dei Benefits è rabbiosa, parlata, volutamente prolissa, dura come un muro di granito: ci sbatti contro, assorbi il colpo, fai tuo il dolore e urli insieme a loro. Nei loro live, la musica smette di essere solo intrattenimento e diventa esperienza sociale e politica. D’altronde, la politica è ovunque e, se smettiamo di occuparcene, sarà lei a occuparsi di noi. Quindi, conviene iniziare a far sentire la nostra voce in mezzo al “constant noise”, prima che venga definitivamente cancellata.

Constant Noise, il vostro secondo disco, è uscito l’anno scorso e siete in tour praticamente senza sosta. Prima di tutto però: come state, davvero, come persone?
Siamo infreddoliti, bagnati, britannici e miserabili. Siamo arrabbiati abbastanza per tutto, per Davos, per la Groenlandia, l’ascesa del nazionalismo, l’ascesa dell’estrema destra nel mondo, sono tutti argomenti che ci preoccupano e ci fanno arrabbiare. Io come persona sto bene, sono fortunato, ho una splendida bambina che amo, quindi, mi sento un privilegiato rispetto alla devastazione che ci circonda.

Il disco nasce in un momento storico estremamente violento e confuso e, rispetto al precedente Nails, ha un suono più stratificato, meno frontale.
Che messaggio volevate trasmettere e quanto il contesto politico e sociale ha influenzato sia il suono che la scrittura?
Il primo disco voleva essere diretto, rabbioso perché a volte la rabbia viene percepita come qualcosa di debole, quasi inefficace.
Faccio fatica a trovare il termine giusto in italiano, ma in inglese si direbbe “wet”. Una rabbia “bagnata”, poco credibile. Quello che mi ha sempre frustrato è che, quando qualcuno di sinistra prova a costruire un’argomentazione politica articolata, questa venga subito liquidata come il prodotto di un’intelligenza sofisticata, distante dalla realtà. Da lì nascono etichette come radical chic o élite metropolitana, che in fondo coincidono con l’idea di élite liberale: un insulto lanciato sistematicamente dalla destra verso la sinistra. È qualcosa che ho sempre trovato profondamente offensivo. Sì, le argomentazioni possono essere complesse, ma il punto del primo album era un altro, noi volevamo rispondere all’aggressività della destra con la stessa aggressività. Quello era l’obiettivo. Per questo il disco è cupo, duro, violento. Ed è così in modo deliberato.

E con Constant Noise?
Abbiamo sentito la necessità di ampliare il discorso, di allargare il nostro mondo e il messaggio che volevamo trasmettere. Invece di restare chiusi esclusivamente nell’aggressività, abbiamo deciso di aggiungere altri elementi: ciò che stavamo davvero provando, la speranza, la bellezza. Ma sempre sotto l’ombra della realtà, la guerra, il genocidio, la violenza. Per me il messaggio centrale del secondo disco è molto chiaro, è un album contro la guerra. Doveva esserlo. Ci sono trame che lo attraversano tutto e che lo suggeriscono, ma non ho mai voluto scrivere qualcosa di esplicito, tipo “LA GUERRA È BRUTTA” a caratteri cubitali. È ovvio, lo sappiamo tutti. La vera domanda è: come fai a far entrare quel messaggio nella vita reale di qualcuno?

Spiegami meglio.
Nella canzone Missiles parlo proprio di questo scarto. Quando cammino nel quartiere in cui vivo, l’unico pericolo reale che corro è pestare una merda di cane, cose banali, ridicole, eppure, a mille chilometri di distanza, l’esistenza di un’altra persona è completamente diversa. Il mio telefono si illumina e mi dice che cento persone sono morte. Letteralmente una tragedia riassunta in una notifica. E come fai a processare una cosa del genere? Come fai a continuare a essere arrabbiato quando sei costantemente esposto a tutto questo? Il telefono mi dice che la gente muore a Gaza, o in Siria, o in Congo e subito dopo mi dice che il Bayern Monaco ha battuto l’Inter. Due messaggi che occupano lo stesso spazio sullo schermo. È assurdo, e io devo trovare un modo per non perdere i miei sentimenti, per non perdere la mia umanità. È difficile quando vieni continuamente bombardato dall’inumanità della tecnologia e dalla retorica di questi mostri disumani che sembrano governare il mondo. Ed è questo il senso di tutto, il bombardamento costante, il rumore continuo. Internet, i media, l’ambiente in cui vivi. È ovunque.

Il titolo Costant Noise torna nei testi sotto forma di TV accese sullo sfondo, calcio neanche guardato, cellulari sempre accesi e pronti per essere scrollati. È la fonte eterna di intrattenimento infinito che ci ucciderà, come diceva Foster Wallace?
Avere una figlia di sei anni rende tutto questo ancora più spaventoso, perché vedo ogni giorno a cosa è esposta. Inevitabilmente inizi a confrontare tutto con la tua infanzia, vorresti darle le stesse esperienze, ma è impossibile. Il mondo oggi è molto più rumoroso. Cos’è l’intrattenimento, ormai? Video infiniti su YouTube di cani che cadono, persone che sbattono contro i garage. E, in un certo senso, è intrattenimento anche guardare Donald Trump perché ha la postura di un comico da stand-up più che quella del leader della nazione più potente del mondo e ti ritrovi a guardarlo aspettando la battuta finale. Mia figlia è circondata da gadget, telefoni, computer, giochi che esistono in un universo completamente diverso da quello in cui sono cresciuto io. Io prendevo un pallone e lo tiravo contro un muro per cinque ore al giorno. Poi tornavo a casa e guardavo uno dei quattro canali in televisione. Oggi, se vuole guardare My Little Pony, è lì, a un tocco di dito. Tutto sembra più facile. Ma non sono sicuro che lo sia davvero, perché non sono sicuro che il nostro cervello sia in grado di reggere tutto questo. Ci sta trasformando in una poltiglia. Anche i corpi stanno cambiando e si stanno deformando i nostri colli, le nostre mani, le nostre schiene. Hai visto Wall-E della Pixar?

Sì.
Ecco. Saremo sul divano per sempre, con uno schermo davanti. La comodità ci rende pigri ed è distruttiva, anche l’AI è distruttiva: l’idea stessa di convenienza è distruttiva, stai togliendo alle persone non solo il lavoro, ma il senso di valore, il motivo per esistere. L’AI è anche ridicola. Stiamo distruggendo il Pianeta, consumando acqua, energia, minerali, per creare merda assoluta pensata solo per tenerci immobili, inerti, a guardare video idioti di Freddie Mercury che vola in paradiso tenendo per mano Jimi Hendrix. È dannatamente strano.

A proposito di questo, hai paura della AI Generativa che sta invadendo le classifiche?
Un problema per me? Sì, ovviamente. Sono un cantante, scrivo testi, uso la voce quindi mi riguarda in prima persona.
È un problema per chi ascolta musica generica? Probabilmente no. Ed è terribile da dire, ma credo che a molte persone, in fondo, non importi davvero cosa stiano ascoltando. Se ti piace un certo tipo di musica, che siano i Coldplay, Raye o persino i Benefits, l’AI ti spingerà verso versioni sempre più simili di quella stessa cosa, sempre più levigate, fino ad arrivare a musica che non esiste più come esperienza umana, ma solo come insieme di pixel. È profondamente distopico. Io però continuo ad avere fiducia nell’umanità. Credo ancora nella creatività umana. Credo negli errori, nella ruvidità, nel contrasto. Non mi interessa la perfezione. Amo European Son dei Velvet Underground perché è caos puro. È sporco, sbilenco, imprevedibile e un computer farebbe solamente una versione lucida, pulita e asettica di quel caos. Quella roba non si può ricreare, e spero davvero che non si possa mai ricreare in futuro.

Negli ultimi anni lo spoken word, spesso urlato o comunque molto fisico, è tornato centrale (penso a voi, agli Sleaford Mods, a For Those I Love, a Vegyn). Viviamo un periodo in cui la voce e le parole sono tornate a essere l’arma principale?
Credo che oggi la voce sia tornata a essere centrale, ma non direi solo nella musica politica, perché per me tutta la musica è politica. Anche una canzone che parla d’amore, o dell’andare a bere un caffè, o di guardare la bellezza del mondo, sembra apolitica, ma in realtà non lo è. Nel momento in cui decidi di non prendere una posizione, quella diventa comunque una posizione politica. Quindi sì, la voce e le parole contano, ma non perché siamo in una fase particolare, contano perché hanno sempre contato. Detto questo, non penso che esista un solo modo di usarle. Io so di scrivere molto, a volte forse troppo, e non tutto funziona sempre. Ci sono artisti che riescono a essere incredibilmente efficaci con pochissime parole, con colpi brevi e secchi.

A chi ti riferisci?
Penso a Bob Vylan, penso ai Kneecap: magari non sono concisi in senso classico, ma il loro messaggio arriva in modo diretto, violentemente chiaro e potentissimo. Nel nostro caso, fin dall’inizio abbiamo voluto che la voce avesse lo stesso peso del rumore, che non fosse solo un elemento sopra la musica. Dal vivo questa cosa è ancora più evidente. Siamo diversi da come possiamo sembrare su disco, se nel primo album avevamo un batterista, nel secondo no, è tutto elettronico. All’inizio forse non sembrava così violento come ci si aspettava, ma ora i concerti sono diventati intenzionalmente intensi, rumorosi, fisici. Perché i testi e la musica devono scontrarsi, devono combattersi tra loro. Non è che le parole debbano stare davanti a tutto: tutto deve schiacciarsi e schiantarsi insieme. È uno show aggressivo, ed è una scelta precisa.

Chi sta lavorando in questa direzione?
Se guardo intorno, soprattutto nel Regno Unito, gli Sleaford Mods, Big Special, Meryl Streek dall’Irlanda, Dry Cleaning… ma in realtà è ovunque. E penso che, visto lo stato del mondo in cui viviamo, sia vitale. Se hai un palco, grande o piccolo che sia, dovresti usarlo. Noi siamo una band piccola e va benissimo così, siamo felici dove siamo. Ma se sei Harry Styles o chiunque altro, il principio non cambia: se credi in qualcosa, usare la tua voce è una responsabilità. Io ho sempre fatto band per questo. Il punto è esprimersi, usare la propria voce. A volte è reagire, a volte è cercare di rendere le cose migliori. Non vogliamo essere un’esperienza negativa perchè anche se i nostri concerti sono aggressivi e intensi, l’obiettivo finale è che siano edificanti. Che le persone escano con un senso di convinzione, di scopo, con il fuoco nello stomaco. E forse è proprio per questo che oggi la voce sembra tornata un’arma, perché in mezzo a tutto questo rumore, a questo caos, dire qualcosa e crederci davvero è già un atto politico.

Quindi sei convinto che Il club, il concerto, possano ancora essere uno spazio politico e non solo di intrattenimento?
Ne sono assolutamente convinto, al cento per cento. Il club e il concerto possono ancora essere uno spazio politico, un luogo di presa di posizione, relazione, responsabilità. Per me è fondamentale che esistano spazi in cui possiamo essere politici attraverso quello che facciamo artisticamente. E non parlo di propaganda, ma di intensità, di verità, di esposizione emotiva. Di creare contesti in cui le persone sentano qualcosa di reale. Penso, ad esempio, a una band incredibile che ho visto dal Canada, si chiamano Piss. Il nome è ovviamente un po’ strano, ma sono giovani e sono semplicemente devastanti dal vivo. La cantante, prima ancora che la band suoni una sola nota, sale sul palco e parla al pubblico. Dice chiaramente: questo sarà uno show intenso. Se a un certo punto dovesse diventare troppo, va bene, puoi uscire, puoi fare un passo indietro. Siamo tutti amici qui. Possiamo sostenerci a vicenda. E poi partono con questo rumore immenso, potentissimo. I testi contengono molti inneschi emotivi, parlano di abusi, di esperienze difficili, di cose che colpiscono duro. Ma proprio per questo quello spazio diventa qualcosa di diverso dove si crea una comunità temporanea, un luogo sicuro in cui affrontare collettivamente temi scomodi. Ecco, per me è questo il punto. Il concerto, il club, possono ancora essere spazi politici perché sono luoghi fisici, condivisi, dove le persone si guardano, respirano insieme, si prendono cura l’una dell’altra. Non è solo intrattenimento ma è una forma di relazione e di consapevole resistenza.

Pensate che la speranza esista ancora nelle persone comuni? E dove la trovate, concretamente, nella vita quotidiana?
(Prende il vocabolario italiano – Inglese ndr.) Hope… come si dice in italiano? Speranza, tu segui il calcio? Per chi tifi?

Juventus.
Hai speranza nella Juventus?

Non molta negli ultimi anni (accenno un sorriso amaro ndr.).
Io sono di Middlesbrough e tifo Middlesbrough e mi ricordo quando comprammo Ravanelli dalla Juventus, dovrei avere una sua t-shirt, poi te la farò vedere. La mia squadra italiana è la Roma, non perché sia la più forte ma per Francesco Totti, è stato il più grande che io abbia mai visto e quell’Italia era pazzesca! Ma tornando alla speranza…
C’è speranza? Sì, certo che c’è. Deve esserci. Perché se smetti di crederci, crolli. Crolli davanti a persone come Trump, Putin, Farage. Loro vivono togliendo speranza alla gente. Ti portano via le convinzioni, il cuore, l’anima. La loro versione di speranza è solo totalitarismo narcisista. L’abbiamo già vista, mille volte. Ed è pure noiosa, ormai. La distruzione della speranza crea caos, crea la Brexit, crea Trump, crea guerre, crea Gaza, l’Ucraina, lo Yemen, la Siria. È sempre lo stesso schema. Senza speranza non siamo niente. Io vivo abbastanza comodamente, nel Nord-Est dell’Inghilterra. Non è una zona ricca, è una delle più povere del Paese, ma io sto bene. E la mia speranza passa da me, da mia figlia, dalla mia famiglia. Farò qualsiasi cosa per assicurarmi che mia figlia stia bene in futuro.

Prima di fare musica cosa facevi?
Lavoravo come netturbino. Giravo per quartieri ricchi e quartieri poverissimi. E certe immagini non te le togli più dalla testa. Ricordo una casa in una zona povera, accanto a un edificio bruciato, distrutto. E dentro c’era una bambina, con la mano appoggiata al vetro della finestra, in un orario in cui avrebbe dovuto essere a scuola. Lì capisci quanto sei fortunato. E quanto vorresti trasferire tutta la tua speranza a quella bambina. Vorresti solo che le succedesse qualcosa di buono. Poi guardi il Mondo e vedi Gaza, il Congo, la Siria, il Minnesota, luoghi che sembrano essere continuamente schiacciati, umiliati, distrutti. Per collegarmi a prima: senza speranza non resta nulla. Se anche solo in modo minuscolo, un artista può aiutare a tenere viva quella speranza, allora è giusto farlo. Ma non puoi far finta di niente, devi tenere gli occhi aperti. Certo, esiste musica che non gliene frega niente dello stato del Mondo. La ascolto anch’io. Mi fa stare bene, corro, mi rilasso e va benissimo. Ma io non voglio essere quella band. Ho una coscienza. E ho provato a scrivere canzoni senza significato, davvero. Ma torno sempre lì, sempre.

Un noto storico italiano, Alessandro Barbero, ha detto che la guerra tra poveri e ricchi è finita e hanno vinto i ricchi.
Siete d’accordo? E cosa succede dopo una guerra già persa?
Onestamente, credo che molti di noi non si rendessero nemmeno conto di stare combattendo una guerra. Stavamo semplicemente andando avanti, giorno dopo giorno, e all’improvviso ti accorgi che non ci sono più solo milionari: ci sono miliardari. E alcuni di loro siedono persino nei governi. È sbagliato, deve esserlo per forza, come possono persone così distanti dalla vita reale capire cosa significhi davvero vivere tra difficoltà? Sì, è una guerra che, in un certo senso, è già stata persa. 

Guardando agli Stati Uniti e agli eventi legati all’ICE e alla repressione sociale, pensi che il conflitto stia diventando inevitabilmente più violento? La guerra civile sarà inevitabile?
Non lo so. Anche perché c’è chi, come Elon Musk, ha detto apertamente che una guerra civile nel Regno Unito sarebbe inevitabile. Ma dichiarazioni del genere non servono a descrivere la realtà. Servono a provocare, a fomentare l’estrema destra, a farle credere che il conflitto sia inevitabile. È così che li spingi a desiderarlo, quel conflitto. Io però non credo che la maggior parte delle persone lo voglia davvero. Almeno qui. E penso che una delle cose più pericolose, oggi, sia confondere la realtà con quello che vediamo attraverso uno schermo. I telefoni, i media, i social restituiscono una versione del mondo che spesso non coincide con ciò che succede davvero. Prendi il Regno Unito. Negli Stati Uniti molti credono che Londra sia una città allo sbando, senza legge, completamente islamizzata, dove non esistono più inglesi autoctoni e tutto è stato preso dagli stranieri. È una narrativa completamente falsa. Londra ha enormi problemi, come qualsiasi grande città, ma resta uno dei luoghi più sicuri al mondo. E poi c’è questa ossessione per gli stranieri. Perché sì, gran parte della città è effettivamente in mano a capitali stranieri, sauditi o russi, ma non sono quelli di cui parlano. Non sono quelli che arrivano sui barconi. Sono quelli che arrivano in Rolls-Royce. Questa distinzione dice tutto ed è nauseante.

Gli Stati Uniti?
Sono un caso a parte. Hanno una mentalità diversa, sia a destra che a sinistra. Ovunque nel mondo la destra tende a compattarsi facilmente, a galvanizzarsi attraverso l’aggressività, la paura, la violenza verbale. La sinistra, invece, appare sempre frammentata. Ma sull’America faccio fatica a esprimermi. Non ho mai avuto il desiderio di andarci, non mi ha mai attratto. Trovo però inquietante questa retorica imperialista che riaffiora continuamente. L’idea di espandersi, di prendersi la Groenlandia, il Venezuela, il Medio Oriente. Ho visto discussioni folli, piani per costruire condomini di lusso sulla Striscia di Gaza, data center, attici milionari su quello che è, di fatto, il cimitero di un genocidio. È qualcosa di profondamente disturbante. Allo stesso tempo esiste questa convinzione americana secondo cui il resto dell’Occidente non li avrebbe mai ripagati abbastanza per l’aiuto dato in guerra. Ma basta uscire di casa ed entrare in qualsiasi centro città europeo. Tutto è già americanizzato. McDonald’s ovunque, Burger King ovunque. Il nostro immaginario, il nostro stile di vita, il nostro consumo culturale. Siamo già stati colonizzati. Forse è proprio per questo che cercano sempre nuovi territori simbolici da conquistare. Perché, in realtà, gran parte del mondo lo hanno già preso.

In un periodo storico in cui i prezzi degli eventi sono alle stelle voi mantenete fissati i prezzi dei vostri concerti, credo sia la cosa più punk possibile, come siete arrivati a questo e cosa ne pensate del mercato dei concerti attualmente?
Ci sono band da cui prendiamo ispirazione in modo molto diretto. Una di queste è un gruppo inglese che si chiama Los Campesinos. Musicalmente siamo anche molto lontani, ma dal punto di vista filosofico e del modo in cui gestiscono la band sono davvero esemplari. Sono estremamente trasparenti sui costi, su quanto costa andare in tour, su cosa comporta organizzare un concerto. Quando annunciano una data spiegano alle persone come arrivare, indicano le linee degli autobus, rendono tutto il più accessibile possibile. Credo che oggi questo tipo di attenzione sia necessaria. Non so esattamente quale sia la situazione in Italia, ma nel Regno Unito il costo dell’intrattenimento è diventato folle. E non parlo ovviamente dell’intrattenimento sul telefono, ma di quello che devi vivere dal vivo. Non è più solo il prezzo del biglietto. Vai a un concerto e poi devi pagare i drink, il trasporto, magari mangiare qualcosa. Tutto è aumentato in modo vertiginoso. I prezzi dei concerti, e dei biglietti in generale, sono completamente fuori controllo. Non solo negli stadi, ma anche nei piccoli club. E io penso che la musica non dovrebbe essere un privilegio per chi sta bene economicamente. L’intrattenimento non dovrebbe esserlo, né per chi lo guarda né per chi lo fa. Perché altrimenti si crea una situazione assurda in cui restano solo i ricchi ad applaudire e a produrre intrattenimento per loro stessi, mentre tutti gli altri restano fuori. Noi non siamo un prodotto di lusso. Allo stesso tempo è ovvio che fare quello che facciamo costa. Costa venire in Italia, costa fare un concerto anche a pochi chilometri da qui. Le persone devono essere pagate e devono essere pagate in modo giusto. Ma questo non dovrebbe mai avvenire a scapito della possibilità, per il pubblico, di venire a vederti. Non possiamo permettere che la musica e i concerti diventino qualcosa di riservato solo ai più ricchi. Se succede questo, abbiamo perso tutti.

Dopo tutto quello che raccontate, rabbia, paura, rumore costante, disuguaglianze, qual è il gesto più piccolo ma onesto che una persona può fare oggi per non sentirsi completamente complice?
Wow, non saprei cosa dirti su due piedi, tu hai qualche idea?

Fondamentalmente essere gentili, essere delicati, non prendere tutto sul personale e non pensare solo a se stessi, ma all’ambiente, alle altre persone, al fatto che in questo momento siamo tutti dentro la stessa cosa.
È una domanda fondamentale e vorrei avere una risposta brillante, davvero, ma non ce l’ho. Penso di essere d’accordo con te, anche perché è il tipo di cosa che direi a mia figlia. Non voglio che lei, adesso, sappia che il mondo è un posto terribile. Per lei il mondo è un posto meraviglioso. E il mondo è un posto meraviglioso anche per me, e spero lo sia anche per te. È solo che il nostro cervello si annebbia per l’orrore e per il terrore. Ci sono ancora posti bellissimi e incredibili là fuori. Ma sì, la risposta è essere gentili. E usare la propria voce. Se vedi qualcosa, non ha senso restare in silenzio. Non ha senso restare silenziosi e non ha senso restare inattivi, perché nell’inattività questi mostri ti daranno la caccia e ti porteranno via tutto. I silenziosi saranno i primi a essere distrutti.

Da dove si riparte allora, in mezzo a questo rumore?
Gentilezza, certo, ma anche non restare in silenzio, aiutarsi a vicenda. Credo che oggi ci confondiamo e pensiamo di dover essere popolari, di dover essere classificati come like su Facebook, cuori su Instagram, visualizzazioni su YouTube, statistiche. Le persone ci vedono come numeri. Ed è una stronzata totale. Una stronzata enorme. Perché non sei un click su uno schermo o sul portatile. Quella cosa non giustifica un’opera d’arte né un’esistenza. Siamo tutti molto più di questo. Quindi sì, aiutare chi ha bisogno di aiuto. È semplice, a volte le risposte più semplici sono le migliori. Potrei andare avanti e dire che devi scrivere cartelli, contattare il tuo gruppo antifascista locale, andare alle manifestazioni, fare questo e quello, scrivere musica di protesta, scrivere ai tuoi rappresentanti, esserci fisicamente. Ovviamente puoi fare tutto questo. Ma se aiuti qualcuno e sei gentile, questo crea un effetto a catena. Ed è questo l’effetto a catena di cui abbiamo bisogno, non quello dell’odio.

Grazie mille per l’intervista Kingsley, sei stato illuminante.
Grazie a te, se ci dovessimo vedere al concerto ti avverto che berrò limoncello anche se il mio alcolico italiano preferito in assoluto è il Campari.

I Benefits tornano in Italia per tre concerti: il 31 gennaio a Roma, l’1 febbraio a Milano e il 2 maggio a Catania, biglietti su dnaconcerti.com.