In una recente intervista rilasciata dai Suede a Kevin Cummins, fotografo che ha seguito gran parte della scena britannica anni Novanta, Brett Anderson affermava con assoluta fermezza quanto il britpop fosse stata un’era complessa: una documentazione ossessiva della vita marginale della working classic che presto divenne un pretesto, degno di caricatura, per combattere l’imperialismo culturale americano ed il grunge, a suon di sventolio di Union Jack, birre e chitarre. A ben vedere, l’Inghilterra dei primi anni Novanta fu a tutti gli effetti un incessante pop-up di titoloni sensazionalistici e copertine accattivanti su carta stampata, che progressivamente consolidarono quella che fu la scena britannica del tempo sotto il nome di britpop. John Harris, giornalista ed autore del libro The Last Party: Britpop, Blair and the Demise of English Rock, afferma che l’inizio della scena coincise proprio con l’esplosione di The Drowners, primo singolo dei Suede. Trent’anni dopo, Brett, Mat, Simon, Richard e Neil Codling – protagonista di questa intervista – sono tornati ad essere «una band che suona in una stanza» e con Antidepressants, il nuovo album realizzato in Inghilterra insieme al produttore Ed Buller, hanno portato su disco quell’energia che ritrovano solamente sottopalco. Non una nostalgia, ma la conferma di una vitalità che li tiene ancora sulla strada.
Nel 1992, proprio poco prima che uscisse The Drowners, il Melody Maker piazzò in copertina i Suede con un titolo alquanto pretenzioso (“The best new band Britain”). Una mossa azzardatissima, ma eravamo negli anni Novanta e i magazine ai tempi indirizzavano a tutti gli effetti il music business.
Pensa, ai tempi ho comprato anche io quel giornale (Neil sarebbe entrato a far parte della band un paio di anni dopo ndr.). Tutti pensavano che i Suede fossero sopravvalutati ed è anche per questo che hanno dovuto lavorare il triplo per convincere la gente che fossero e che fossimo una vera band, altro che la cosa cool del momento. Abbiamo dovuto lottare contro questo e le mode.
Spiegami meglio questa cosa.
La stampa era impazzita, il Melody Maker e NME ogni settimana pubblicavano e avevano copertine da riempire. I Suede sicuramente hanno tratto qualche beneficio da tutto questo, ma d’altro canto ne hanno anche in qualche modo sofferto. Credo che se siamo ancora qui dopo trentatré anni, quello non era solo hype da copertina. Siamo qui, ancora oggi per fare musica, essere in una band e creare ancora nuovi legami con i fan.
Oltre trent’anni dall’esordio: dieci album e ora Antidepressants. Anche stavolta è evidente l’imprinting di Ed Buller (già produttore di Suede, Dog Man Star) al fianco della band. Che disco è?
Abbiamo lavorato molto con Ed Buller, tranne il periodo in cui era in America. Poi è tornato in Regno Unito, abbiamo lavorato ad Autofiction ed abbiamo instaurato una connessione speciale tra noi. Certo, discutiamo molto, ma riusciamo a realizzare dei buoni album insieme. Penso che quando abbiamo intenzione di fare un certo tipo di disco, abbiamo sempre bisogno di Ed intorno. Era proprio quello che ci serviva per Antidepressants. Siamo soddisfatti di quello che è venuto fuori. Volevamo andare un po’ oltre rispetto ad Autofiction, dal punk al post-punk con chitarre energiche, immediate. Un po’ al limite, ma con ottimi ritornelli e canzoni-inno. Spero che sia questa l’intenzione che arriva con il nostro ultimo disco.
Antidepressants celebra la mortalità, la tensione della vita moderna con annesse ansie e neurosi, in modo travolgente, energico. In che fase dei Suede siamo?
Siamo più distanti dai pezzi d’arte e più vicini al “torniamo ad essere una band che suona in una stanza”. Siamo tornati a riprodurre su disco quell’energia e quell’entusiasmo che ritrovi sottopalco tra le persone che saltano e cantano le canzoni. Oggi ci sono così tante distrazioni e se qualcosa non è sensazionale, puoi subito cercare altro con un paio di clic. Ci si diverte in mille altri modi, per questo non è più così semplice coinvolgere gente con la musica.
Questa consapevolezza quando è arrivata?
Quando abbiamo suonato dal vivo Autofiction abbiamo pensato “wow, siamo ancora in grado di farlo, dobbiamo continuare su questa strada”. Ecco, siamo in questa fase. Siamo una rock band che ricrea quei momenti che vivi solo ai live, musica ad alto volume e pubblico che vuole divertirsi. Uno scambio di energie unico.
Tra qualche giorno sarete protagonisti di una speciale serie di concerti articolate in quattro serate tutte sold out.
Abbiamo diversi concerti a South Bank in diverse venues. Non abbiamo altro di programmato, spero ci sarà l’Italia nei nostri piani. Sicuramente ci saranno due ore di musica e sarà incredibile, qualcosa che varrà la pena vivere. L’intenzione è quella di mantenere sempre questa promessa a chi viene a sentirci. Ci stiamo dedicando alle prove, abbiamo un sacco di canzoni in programma, alcune che non suoniamo spesso, altre vecchie con nuovi arrangiamenti. Abbiamo un intero nuovo disco da suonare, insomma, quante ne suoneremo? Non lo dico, ma sicuro più del normale.

I sold out parlano chiaro. Che pubblico hanno oggi i Suede?
Come band ci sorprendiamo ancora oggi del fatto che ci siano sempre giovani persone sotto il palco. Sai, è un po’ come ci hai conosciuto tu. Attraverso la famiglia, gli amici. Io stesso ho imparato un sacco sulla musica da mio fratello e mia sorella, sono un po’ più grandi di me e mi hanno praticamente educato musicalmente ascoltando i dischi che compravano ai tempi. Oggi ci ritroviamo i figli dei nostri primi fan. È pazzesco e questo conferma che ancora il pubblico cresce ed è ciò che ci motiva a continuare a fare musica.
Brett Anderson una volta disse: «I Suede sono l’antidoto al britpop», ma c’è chi, ancora oggi, vi pone al centro della scena. Ma quindi, i Suede sono o non sono britpop?
Sicuramente i Suede hanno dato il via all’esplosione delle chitarre che avevano una qualche ispirazione Sessanta e Settanta in termini di scrittura e di melodie catchy. Ai tempi sono stati una di quelle band indipendenti che improvvisamente sono diventate mainstream e che hanno dato un input a tutti gli altri che, agli inizi e alla metà della decade, hanno poi preso d’assalto le classifiche. Quando ho preso parte ai Suede nel 1995, abbiamo passato molto tempo al di fuori del Paese. Più che impegnati a sventolare bandiere inglesi eravamo presi dal suonare ovunque in Europa e nel mondo, contro la parte oscura del britpop stesso, contro la misoginia e gli ideali. Ecco perché non mi piace definirmi parte del britpop. Anzi, spero che non lo siamo stati e che tuttora continueremo a non esserlo. Guarda caso invece, oggi pubblichiamo un album ed intorno a noi è tutto un ritorno al britpop di un tempo, un revival con le band che ritornano.
Foto: Dean Chalkley
Digital Cover: Simone Mancini, Jadeite Studio
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